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per fare un po’ di chiarezza… (parte 4)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

per fare un po’ di chiarezza… (PARTE 3)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo. © Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente.

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per fare un po’ di chiarezza… (parte 1)

in-sightlogoRendendomi conto che a molti può risultare ancora piuttosto oscuro ciò di cui intendo parlare in questo blog, ripubblico (era già su Lo Specchio Incerto) alcuni stralci di una tesina da me scritta, a compimento del Master universitario in Video, fotografia, teatro e mediazione artistica…“.  Suo titolo era “Una visione personale della realtà”; descriveva premesse e sviluppo di quello che sarebbe stato il mio workshop sul “diario esperienziale”.

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

per fare un po’ di chiarezza… (parte 2)

Lo Specchio Incerto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

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In-Sight… Nuovo nome e nuovo URL per l’ex Fotografia 3.0

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Alberto Ianiro, Aldo Frezza, Antonia Dettori, Antonella Di Girolamo, Chiara Giorgetti, Christine Lebrasseur, Claudio Barzini, Dario Lombardi, Diego Cicionesi, Diego (zipperzonk), Fulvio Bortolozzo,
Gilberto Fulvi, Laura (lolly), Laura Triscritti, Maria Grazia D’amico, Mauro Conti, Mario Sias, Nico Chiapperini, Paola Guerriero, Paolo Granata, Sandro Bini, Silva Masini, Stefano Sapora, Tobia Alberti
sono questi i nomi degli amici che mi hanno aiutato a trovare un nuovo titolo al rinnovato blog, che “nasce dalle ceneri” di Fotografia 3.0 (dismesso per problemi di omonimia e connesse confusioni). 

Ringrazio di tutto cuore ognuno di loro per aver collaborato proponendo possibili soluzioni, facendomi riflettere, e sostenendomi in vari modi attraverso una sorta di collettivo brainstorming per questa complessa ricerca.
Spero di non aver dimenticato nessuno. 

Perché ho optato alla fine per questo titolo?

Perché non ne potevo più!
Scherzi a parte, non è proficuo star lì a pensare, tenendo tutto fermo e col rischio di piantar tutto al primo ostacolo.
Ad ogni modo dovevo ricominciare (questa modalità è un po’ la storia della mia vita, invero). Perché m’interessa, questo blog, e pare interessare anche ad altri. 

In realtà la lezione che ho potuto trarre da questa vicenda (mi riferisco alla falsa partenza di fotografia 3.0) mi ha portato a capire un paio di cose per me importanti: 1) che devo stare molto attenta a non intrappolarmi da sola in una formula già collaudata, ma ormai del tutto insoddisfacente per me, innanzi tutto; 2) che non è realistico pensare che tutt’a un tratto chi mi legge si metta a comunicare con me, come non ha mai fatto in sette anni, sol perché glielo sto chiedendo. O perché gli propongo delle attività ludiche.
D’altronde, come dicevo, anche se non ci sono state partecipazioni pubbliche di massa, il sostegno a me e l’interesse verso il mio progetto non sono mancati. Rimarcando la natura di relazioni con persone con le quali ormai ho da anni un dialogo più o meno frammentario (a seconda dei casi), ma che per me è sempre un importante nutrimento dell’anima. Rilevando nuovi amici disponibili al dialogo.
Questo mi dà forza e fiducia nel continuare.

Tornando al nome (forse avrei dovuto chiamare il blog “divagazioni”? 😉 )…
Molte proposte mi sono state fatte, a volte poetiche, a volte spiritose; fornivano spesso chiavi di lettura non del tutto mirate, secondo me; talora, per quanto precisi fossero, ricalcavano troppo titoli già esistenti.
Complessivamente ne ho ricavato l’impressione che molti non sanno cosa aspettarsi da questo nuovo blog… se non una riedizione dello Specchio Incerto. Non è così. E spero che questo non rappresenti una delusione per voi.

Dopo tante riflessioni – e dopo tante mie idee bocciate da alcuni di voi che si sono prestati a farmi da consiglieri – la mia scelta è ricaduta su “In-Sight”, per i seguenti motivi principalmente: richiama la visione/il vedere; fa riferimento al concetto di “visibile” (inteso come qualcosa che si ha “sottocchio”, “a vista”, “in vista” rispetto al resto (mi pare un buon riferimento alla Gestalt!); e richiama pure il concetto psicologico di “visione interna” e d’intuizione (insight).

L’immagine con cui apro il post è stata il catalizzatore di questi pensieri che vagavano prima in ordine sparso nel mio cervello. Si tratta di uno dei più classici esempi quel “gestalt effect” per cui la nostra mente ricostruisce parti mancanti di quella che vuole sia una figura unitaria, chiara e ricollegabile all’esperienza pregressa.
Questo ha molto a che fare con le cose di cui vorrei parlare. Ed ha molto a che fare col metodo che ho studiato per aiutare le persone che hanno voglia di confrontarsi con la propria realtà e coglierne nuove prospettive attraverso quella che viene definita “mediazione fotografica nella relazione d’aiuto” (di questo concetto riparlerò per certo).

Per finire, come potete intuire il nuovo URL è stato, invece, pensato allo scopo di pormi al riparo da ulteriori rivendicazioni di qualsivoglia diritto di “precedenza”, dal momento che è del tipo “mionome.wordpress.com”.

Insomma ci riprovo! Benvenuti… spero vi piacciano i cambiamenti.

Dimenticavo… Il “megacontest” non ha purtroppo avuto un vincitore, tuttavia tutti coloro che hanno partecipato a questa complessa ricerca hanno diritto e facoltà di avere – oltre alla mia gratitudine –  la possibilità di pubblicare qui qualunque cosa possa essere pertinente alle tematiche del blog: lavori fotografici a forte impronta narrativa/autobiografica; testi con connotazione analoga e con qualche riferimento alla fotografia; comunicazioni riguardanti loro attività affini a quelle di cui qui si parla…

 

 

 

 

 

il multimedia del workshop presso Deaphoto

Sono lieta di condividerlo con voi.
Ringrazio colui che mi ha ospitato ed ha realizzato questo multimedia, Sandro Bini.
E ringrazio i protagonisti del workshop: Alessandro Comandini, Diego Cicionesi, Giovanni De Leo, Giovanni Masi e Sofia Bucci, che mi hanno generosamente affidato le loro emozioni.