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una fotografia può raccontare qualcosa?

Le foto possono davvero essere considerate “narrative”? E se sì, in che senso?

La questione è annosa: dagli anni Settanta in poi, la critica – prendendo spunto dalla semiotica – ha discusso lungamente su quelle specificità della fotografia, che farebbero ricevere, alla prima domanda, un secco NO da parte dei puristi.
Ma non è di questo che voglio discutere ora; quindi dirotto chi voglia approfondire la questione sull’interessante testo di Augusto Pieroni pubblicato in Fototensioni).
In questa sede non voglio confutare la validità di un importante dibattito (che peraltro ritengo ineccepibile e in parte condivisibile), mi limiterò a guardare la faccenda da un altro punto di vista (possiamo chiamarlo un “rovescio della medaglia”) per mettere a fuoco quello che nella fotografia è funzionale al discorso di “auto-narrazione”, cui è dedicato questo spazio.
Partiamo dal presupposto che la fotografia è un messaggio; un “messaggio senza codice” per dirla alla Roland Barthes, è pur sempre un messaggio. Il dubbio potrebbe semmai persistere sulla “precisione” di quanto un siffatto messaggio comunichi, sul suo grado di codificazione e sulla conseguente decodificazione.

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© Rosa Maria Puglisi, 2018

Un esempio potrebbe offrirlo la foto qui sopra, che ho recentemente postato sia su Instagram che su Facebook.
Cosa potrebbe narrare un’immagine come questa? Quali elementi in essa potrebbero mai indurre chi la vede a capire lo svolgersi (una storia comporta uno svolgimento!) di una situazione particolare?
Questa è una foto che è piaciuta trasversalmente, a chi fa fotografia per professione, a chi la fa per passione e a chi ne gode semplicemente, senza neanche approcci da fotoamatore. La maggioranza di coloro che hanno interagito sui due social in quella foto ha probabilmente “visto qualcosa”, l’abbozzo di una “storia” dietro. Lo do per scontato, conoscendo molti di loro. Ha visto naturalmente la luce calda e l’ombra, la finestra chiusa, l’intrico dei rami, e queste cose automaticamente si sono convertite ai loro occhi in significato e quale? Ma poi, è’ davvero così importante che il significato sia uno e comunicabile immediatamente senza ombre di dubbio?
Dipende. Direi di sì, se si trattasse di una foto scattata come documentazione in una questione di danni e assicurazioni, sicuramente sarebbe fondamentale un’inequivocabilità tautologica, per cui la foto dovesse presentare una situazione che significa –  tanto per fare un esempio -: “questa è una finestra scassinata e l’albero che ha permesso di accedervi”. Se si trattasse, invece, di una foto tratta da un reportage già il sì non sarebbe così scontato, e in ogni caso il senso di una singola foto dipenderebbe in larga misura dal contesto (fornito da altre immagini e soprattutto da didascalie).
Nella maggior parte dei casi, come appunto in questo, è irrilevante.
Molti, nel mettere il like o nel commentare quello scatto, hanno visto semplicemente l’evocazione simbolica di qualcosa, e contestualmente non si sono posti il problema che quel qualcosa non fosse affatto nella fotografia, ma fosse una mera proiezione della loro mente, per cui quello che stavano vedendo era quello che la loro cultura, la loro sensibilità personale, le loro esperienze di vita gli facevano vedere.
Nella prospettiva di autonarrazione di cui parlo in questo spazio, proprio questo aspetto “proiettivo” della fotografia è prezioso. Proprio questa impossibilità di aderire letteralmente alla realtà, malgrado le apparenze. Proprio questo lasciare un vuoto di senso che può essere variamente colmato.
Il fatto di essere al corrente che la fotografia non è capace di rappresentare, ma può solo presentare  tautologicamente ciò che si è trovato per il tempo di un click davanti a una fotocamera o a un cellulare (e niente più di questo), non invalida – semmai rafforza – in noi la sensazione di trovarci, davanti a “qualcosa che è realmente accaduto”, di poter rivedere e rivivere lo svolgersi di una scena, di cui la fotografia – proprio per la sua qualità di “presa diretta dalla realtà” è inconfutabile prova.
E’ prova indiziaria in effetti, poiché mostra molto senza far vedere tutto, estrapolando solo una porzione della realtà e del suo dipanarsi nel tempo. Ma nella prospettiva che ci interessa questo non è un problema, è una grande opportunità: quella di cimentarsi con una realtà assolutamente verosimile.
L’opportunità è quella di lavorare con un materiale grezzo che fornisce palese aderenza alla realtà e al tempo stesso lascia spazio ad una creazione e a una rimodulazione di significati. Insomma, al di là di tutto, può raccontare in maniera credibile ciò che sentiamo e che vogliamo dire. E può fornire uno strumento attraverso cui negoziare significati con noi stessi e con gli altri.

 

LA RELAZIONE D’AIUTO NELLA DIDATTICA FOTOGRAFICA

Uno strumento per facilitare una più intima espressione e una più autentica rappresentazione di sé

1. La relazione d’aiuto

“Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, le responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé.” (Carl Rogers)
Carl Rogers nel 1951 ha definito la relazione d’aiuto come “una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo… L’altro può essere un individuo o un gruppo. In altre parole, una relazione di aiuto potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire in una o ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una maggior possibilità di espressione“.

Si parla di “relazione d’aiuto a mediazione artistica” quando ci si avvale dell’ausilio dei cosiddetti “mediatori artistici”, medium quali la pittura, il video, il collage, il teatro, la scrittura, e naturalmente la fotografia. A differenza dell’Arteterapia più propriamente detta, che si rivolge prevalentemente a situazioni di disagio emotivo, questa punta più che altro all’empowerment. Per questo motivo ha fra i suoi campi di  più proficua applicazione quello dell’istruzione/formazione.

2. Perché la Fotografia si rivela un efficace “mediatore”?

L’estetica, e ancor più la semiologia, si sono occupate di far luce su che genere di strumento per la comunicazione siano la fotografia (come medium) e le fotografie (come messaggi).
La fotografia, per citare Umberto Eco, è “una materia dell’espressione, così come lo è la voce… [e con essa] si possono costruire poi degli oggetti semiotici”.
Tali oggetti semiotici, cioè le immagini che produce, sono arbitrari; frutto di convenzioni culturali e di precise scelte da parte del fotografo, comunque vincolate dalle caratteristiche tecniche del medium. Sono un particolarissimo tipo di linguaggio.
Della realtà non sono che rappresentazione e riduzione.
La fotografia, per dirla con Emilio Garroni, “è un’elaborazione dell’immagine interna in figura”. Una riduzione anche rispetto all’immagine interna, che per dirne una è in perpetuo movimento e adattamento alle nostre esigenze di attribuzione di senso.

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© Rosa Maria Puglisi

In definitiva quello che le fotografie ci mostrano, è solo una traduzione personale di un’immagine interna (del fotografo, ma anche del fruitore) e tutto ciò che possono trasmettere sono messaggi improntati all’indeterminatezza e aperti all’interpretazione. Se la fotografia è “specchio della realtà”, non può che esserne uno specchio incerto.
La stessa mente umana, però, in quanto si avvale di strumenti come la percezione e la memoria per crearsi una propria immagine del mondo, è uno “specchio incerto” della realtà.
La realtà non è oggettiva, è “il risultato di un’operazione attiva da parte del soggetto percipiente”.
Sulla sua percezione agiscono filtri di tipo fisico, percettivo, emotivo e cognitivo.

“La persona che sta guardando la foto, ad un certo livello, sa che ciò che osserva è solo l’impronta di ciò che è avvenuto altrove; ad un altro livello, ad un altro livello la funzione di rimandare viene quasi dimenticata e, se la foto è significativa per se stessa, evocherà delle attivazioni percettive ed emotive come se la persona si ritrovasse realmente lì”. (Oliviero Rossi)

3. Quale esperienza abbiamo di noi e del mondo?

Fritz Perls teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto. Il suo punto di vista costruisce attivamente la realtà, con la quale interagisce attraverso il contatto con l’ambiente. Dai suoi studi sulla percezione e sulla psicologia della forma (Gestalt), Perls deriva l’evidenza di come ogni forma abbia una “necessità imperiosa […] che la porta a chiudersi e a completarsi”.
In termini gestaltici una forma che non si chiude è una situazione inconclusa. Il nostro continuo dare forma al reale è soggetto a una dinamica figura-sfondo, in cui i bisogni emergono di volta in volta per tornare sullo sfondo solo quando sono soddisfatti

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© Rosa Maria Puglisi

Secondo Paul Watzlawick, la nostra immagine del mondo “non è il mondo, bensì un mosaico di immagini singole, che oggi sono organizzate così, domani possono esserlo in un altro modo; un modello di modelli; un’interpretazione di interpretazioni”. Tutto cambia di continuo nel mondo reale, ma capita che ci si guardi attorno – carichi di tali e tante interpretazioni – come se ogni cosa rimanesse immutata, e mai dovesse mutare.

4. Come aiuta la fotografia  e il fotografare?

Il cristallizzarsi di immagini – e di comportamenti – un tempo funzionali ma che, mutata la situazione, non lo sono più, determina il crearsi di un “copione di vita”, che può essere vissuto con disagio, poiché l’individuo percepisce una discrepanza fra il proprio sistema di credenze, le proprie strategie di contatto con l’ambiente e le effettive risposte di quest’ultimo.

La fotografia, sentita com’è al pari di una realtà quasi percettiva, di un sogno o di un ricordo, permette di entrare in dialogo con se stessi e con la propria vita. All’interno della dimensione protetta del “come se”, attraverso opportune tecniche, consente alla persona una riconsiderazione del proprio punto di vista, un’apertura a nuove soluzioni, e una “revisione del copione di vita”.

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© Rosa Maria Puglisi

Ogni immagine fotografica è emotivamente carica o caricabile.
L’uso che se ne fa è quello di un evocatore di ricordi e racconti personali, che portano con sé un sottotesto emotivo, il quale emerge dalla verbalizzazione di quello che la persona riconosce come contenuto.

Il lavoro di fototerapia e di fotografia terapeutica può essere svolto per mezzo di tipologie diverse di foto. Judy Weiser riassume cinque categorie:

  • fotografie scattate collezionate dal cliente;
  • fotografie scattate da altri al cliente;
  • autoritratti (veri e propri, o metaforici);
  • album di famiglia e raccolte biografiche;
  • foto-proiettive

La Gestalt – ispirata alla teoria della percezione – come terapia fenomenologico esistenziale ha sviluppato strategie per intervenire non soltanto su situazioni ricollegabili alla patologia, ma anche volte ad operare sul normale funzionamento dell’individuo, per incrementarne la crescita personale, attraverso processi che sviluppano la consapevolezza e la responsabilità.

In un setting didattico, finalizzato alla formazione artistica, le tecniche della relazione d’aiuto ad orientamento gestaltico si prestano a sviluppare un percorso dove la fotografia può essere considerata al tempo stesso mezzo e fine.
Da qui l’idea di applicare queste metodologie all’ambito della formazione in fotografia, utilizzando proprio il mediatore fotografia.

Ognuno ha dentro di sé la “sua” storia. E’ questa che gli permette di cogliere la propria identità e di mettersi in relazione con gli altri.

il coniglio non ama Joseph Beuys
© Rosa Maria Puglisi

Le fotografie offrono l’opportunità di ri-vedere questa narrazione personale.
Le singole immagini scelte da una persona possono divenire elementi di un costrutto narrativo, esplicitazione di una storia personale e – in sintesi – esplicitazione di quel “senso di sé” che viene percepito come identità personale.
Come tutti i racconti, tale storia è suscettibile di variazioni nella sua organizzazione, sia all’interno della fabula, sia dell’intreccio.

La fotografia, usata come strumento di facilitazione, consente di lavorare in maniera approfondita (e protetta) sulla propria immagine di sé e sulla propria visione della realtà (sono queste due facce di una stessa medaglia: quella della narrazione di sé e del riconoscimento della propria identità), divenendo consapevoli di quanto esse siano soggettive e di cosa tale soggettività comporti.

In più la distanza del diventare spettatori di noi stessi e la dimensione del come se fosse qui ed ora, offerto dal mediatore fotografia, danno la libertà di sperimentare nuovi punti di vista, ma anche di vedere e di narrare se stessi in maniere inedite. Grazie anche al fatto di potersi confrontare attivamente con gli altri in un clima di collaborazione creativa e di sospensione del giudizio.

Dal confrontarsi con le proprie e le altrui opinioni/credenze sul “come si deve fotografare”, e – di conseguenza – dal divenire consapevoli delle proprie spinte interiori e di quegli schemi prefissati che solitamente impediscono di sperimentare possibilità diverse, scaturisce la capacità di riconoscere le proprie risorse espressive e la fiducia nel poterle mettere in atto, assumendosi la responsabilità di scegliere secondo le proprie più autentiche esigenze.

Inserire nell’insegnamento tradizionale della fotografia le strategie della relazione d’aiuto a mediazione artistica offre, dunque, agli allievi l’opportunità di venire stimolati – attraverso un approccio non direttivo – a trovare autonomamente il proprio linguaggio e la propria espressione, al di fuori di schemi già precostituiti, restando comunque ancorati ad una continua verifica della validità comunicativa ed estetica del loro lavoro.

Essere parte del mondo

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Il 22 aprile 2014, in occasione della Giornata della Terra, la NASA ha pensato di porre una domanda alla popolazione mondiale: “Proprio in questo istante dove ti trovi sulla Terra?”.
Chiunque aveva possibilità di rispondere postando un selfie su socialnetwork come Twitter, Instagram, Facebook, Google+ and Flickr.
Ne è nato una sorta d’immenso e variegato autoritratto dell’umanità, costituito da 36.422 selfie provenienti da 113 paesi; ricomposto in un mosaico globale di 3.2 gigapixel e trasformato nelle due proiezioni del mondo che vedete sopra.
Sicuramente il più imponente progetto di fotografia collaborativa, fa sorgere in me un paio di riflessioni forse un po’ contraddittorie.

La prima riguarda proprio il concetto di collaborazione.
Infatti fino a che punto può ritenersi collaborativo l’atto di volgere verso di sé uno smartphon, un Ipad, una compattina digitale, ecc. e postare la foto così prodotta su un sito “social”?
Certamente si tratta di un atto socializzante, almeno nell’apparenza, e  al di là del fatto che talora queste esternazioni possano sembrarci piuttosto autoreferenziali. Ma è anche da ritenersi collaborativo? In altre parole, le persone che hanno risposto alla NASA lo hanno fatto pensando di costruire qualcosa insieme?

Un’altra considerazione riguarda il concetto stesso di selfie, ovviamente. E’ difficile definire come un atto puramente fotografico quello di scattarsi un selfie!
Fenomeno di moda globale, e globalizzante, quello di questa specie di “autoritratti semplificati” che impazzano sui (e grazie ai) vari network amicali online, sembra riguardare più una personale esigenza performativa che un atto meditato. Un’attestazione di presenza.
Per citare Joan Fontcuberta: “le foto non servono più a immagazzinare ricordi, né a essere conservate. Servono come esclamazioni di vitalità, come estensioni di esperienze che vengono trasmesse, condivise, e poi scompaiono, mentalmente e/o fisicamente”.

Eppure in un progetto di tale portata ciò che conta è il risultato.
Come certi flash mob, che non hanno in fondo altro motivo che quello di far sentire la gente parte di una comunità, di un qualcosa di più grande e condivisibile, in me desta stupore e persino commozione.
Voi che ne pensate?

Chiara Giorgetti: La memoria “finge” di ricordare

La memoria “finge” di ricordare.
Ricordando “rinnoviamo” le emozioni (le proviamo nuovamente, ma ne facciamo anche qualcosa di nuovo). Ricordando,  “ri-costruiamo” la nostra vita, integrando informazioni andate perdute a causa della necessaria selettività della memoria; e più – in generale – ricordando diamo un senso al racconto che della nostra esistenza facciamo a noi stessi, prima ancora che agli altri; perché tutto rientri nella logica che abbiamo scelto di dare alle cose, sono pur necessari degli aggiustamenti.

Sono felice di ricevere e pubblicare questo prezioso contributo di Chiara Giorgetti, che ha accettato di “raccontare” in una forma insolita alcune delle sue immagini, che così mi aveva presentato: “Sono lavori legati alla memoria, alla comunicazione, alla finzione che sono il mio leitmotiv”.
Per parte mia le ho, allora, chiesto di lavorare sulle emozioni che le evocavano alcune immagini. Ciò che ne è scaturito… “È
una specie di racconto sull’archivio interiore da cui credo provengono le suggestioni per il lavoro…”, dice Chiara, e aggiunge: “sarebbe fantastico riuscire a racchiudere tutto in un haiku”.
La parola scritta, vorrei però sottolineare, è come la memoria: colma lacune, ridefinisce il racconto delle immagini, genera aperture a nuovi significati.
Ringrazio Chiara per essersi prestata ad avventurarsi su questa via, che non le era consueta.

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© Chiara Giorgetti, All’Abetone

Un letto in una stanza di una grande casa e un cuscino bluastro sono tra i primissimi ricordi che mi tornano alla mente. Nella stanza affianco delle voci, rassicuranti e lontane, di una serata tra amici.

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© Chiara Giorgetti, Nature

Un blu che si presenta anche in certe notti, tra un bianco/ nero e l’altro, fino al bianco mosso della tenda, alzata dalla serata fresca che fa entrare l’odore della grande magnolia, sfuggente, misterioso. Il cuscino illuminato dalla luce notturna è uno dei primi colori che ricordo di aver conosciuto, così come il verde, intenso e solare, quel verde brillante delle fronde degli alberi in estate. Il suono del vento confuso con le parole di una persona che racconta qualcosa. La sensazione che tutto va bene.

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© Chiara Giorgetti, Nero (serie di immagini), 2010, da Graphically extended

Poi il marrone/nero della terra, quella odorosa e ricca da scavare con le mani, la nicchia verde scuro di borraccina, i sassi di fiume su cui correre scalzi e gli iris viola, l’odore dell’alloro e del cipresso, la gramigna dura, l’alternarsi delle stagioni, l’immobilità, l’odore del ferro, del nylon della canna da pesca, della neve marcia. Andare oltre quel cancello bordeaux per poi ritornarvi. È quello l’obiettivo. Una specie di caccia alla conoscenza, come l’animale quando esce dalla tana per cercare qualcosa e poi vi torna contento, ha di che mangiare ora.

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© Chiara Giorgetti, Nero (serie di immagini), 2010, da Graphically extended

Sali le scale piano, lentamente poggi prima la sinistra, poi il bastone, poi sposti la destra e poi su, e da capo. Siamo arrivati in cima ora, che vista, che odori, che stanchezza, che fame. Ma che ci siamo venuti a fare poi? ci si deve muovere, chi sta fermo è perduto, e poi serve anche a cambiare la prospettiva di vista, dallo stesso punto si vede sempre la stessa cosa, non fa bene. C’è una varietà e una bellezza che non diresti mai da dietro la tua finestra.

Nove immagini  - 2009 Stampa lambda su alluminio 125 x 125 cm
© Chiara Giorgetti, Nove immagini

Dalla finestra vedi solo nubi e sprazzi di luce, e ti vien voglia di volare. Ora si deve tornare, è buio, e siamo stanchi, la giornata è finita in un attimo.

Piove forte, si sente una puzza tremenda, e c’è pure da scegliere una specie di tendaggio. Domani si andrà lontano speriamo ci sia almeno il sole. Quante parole, volti, sorrisi. Mi fa male la faccia. Ma che sono venuti a fare, ho solo voglia di un caffè e di andare al mare, in silenzio.

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© Chiara Giorgetti, Vaso di fiori (ricordi falsi), da Bâtiment d’Ami – dalle stalle alle stelle e rapido ritorno

Il treno sta per partire, ho una serie di appuntamenti a cui non rinuncerei mai. Tutto è pronto.

Chiara Giorgetti, maggio 2014

§

postilla

Cara Rosa maria,
 
intanto grazie per avermi dato questa possibilità di auto-raccontarmi, stamani ho riletto…è davvero ingenuo e me ne vergogno un pò, del resto il modo espressivo che mi appartiene è un altro o quantomeno vi ho più confidenza e cammino con meno incertezze e traballamenti. Provare a scrivere in forma di racconto certamente apre scenari diversi che smuovono altre corde. Poi però quando torno a vedere le immagini su cui lavoro vi è eccome un nesso, almeno per me s’intende.
Nel mio corso a Brera suggerisco un approccio di questo tipo agli studenti, ma dovendo relazionarmi con 80-90 persone in un semestre chiedo semplicemente come punto di partenza per il lavoro delle immagini “d’affezione”, sia vecchie foto e negativi trovate nei cassetti di casa, sia oggetti veri e propri, ma anche il loro “mondo segreto”, quello che fanno nella cameretta, come posso dire: musica, cinema, letteratura.. ma anche “calendari sexy o chat porno”, insomma qualsiasi cosa che appartiene a loro nel profondo, con autenticità, e da lì si parte con una bozza di possibile progetto.
Certamente riuscire a far tirar fuori parti così personali non è affatto facile, e non sempre si è così consapevoli, indipendentemente dall’età.
tornando al mio testo, non so, fanne ciò che vuoi, frammentalo, riducilo, o tienilo semplicemente per te.
Grazie, sapessi quante cose ho imparato ieri :-))
ciao
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Docente di Stampa d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano, Chiara Giorgetti, dal 1985 partecipa a fiere, conferenze, workshop e collabora con riviste.
Dal 2001 al 2011 ha gestito Printshow.it, una webzine pensata per connettere la scena dell’incisione italiana con la pratica dell’arte contemporanea.
La sua opera spazia attraverso una vasta gamma di supporti, e ruota attorno alle tematiche della comunicazione, del tempo e della memoria, dell’impotenza umana e delle relazioni interpersonali in un ambiente dominato dalla tecnologia.

http://chiaragiorgetti.wordpress.com/
http://www.experimentalproject.ro/chiara_giorgetti.html

Elogio dell’errore (in forma epistolare)

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi
Il post di oggi nasce come risposta ad un’email ricevuta stamane da un amico lettore, il quale più volte ha già gentilmente contribuito al mio lavorio per mettere a punto In-Sight, prestandosi a farmi da specchio con i suoi acuti, e talora critici, appunti.
L’email giunge a  commento dei precedenti post in cui pubblico quella che – a mio parere – è una dissertazione attraverso la quale ognuno, volendo, potrà approfondire (o anche no, se lo trova noioso) il sostrato teorico del blog.
Cercherò di rispondere qui, poiché credo che i dubbi espressi da T. potrebbero facilmente esser condivisi da altri.
Eccone i passi salienti:
“mi sembra tutta una grande introduzione a qualcosa che non arriva.
forse la soluzione migliore sarebbe iniziare a pubblicare quello per cui in-sight è nato, eliminando tutto il resto.
dico questo perché non mi viene da leggere tutti i recenti post per fare chiarezza.
e non capisco se è un momento in cui non riesco ad interessarmi io oppure non mi attraggono e basta.
ai miei occhi serve genuinità, e contenuti nuovi.
un inizio spinto dal passato non mi ispira, soprattutto dopo le idee che avevano fatto nascere questo progetto.”

§

Buongiorno T.!
mi spiace che non arrivi quello che ti aspettavi. Del resto io sto procedendo “a vista” in questo momento, senza una programmazione precostituita di cosa farò, o di come e quando lo farò. Potrei sbagliarmi, ma trovo più genuino e più onesto far così, anche nei miei riguardi, dal momento che faccio questa cosa spinta da diverse (a volte contrastanti) motivazioni, che – per dirla gestalticamente – si alternano venendo via via in figura per poi tornare, momentaneamente (?), sullo sfondo.

Tuttavia è interessante vedere come tu sappia per cosa sia nato questo blog, mentre io non ne sono ancora certa: indubbiamente è privilegio di chi guarda dal di fuori, cogliere quel quadro generale, che manca giocoforza a chi è parte della situazione.
Tutto ciò che in questo momento so riguarda il mio investimento in termini di desideri.
Insomma più che quel che farò, so dirti cosa mi piacerebbe: innanzi tutto vorrei che parlasse di mediazione artistica nella relazione d’aiuto, in particolare nella fotografia.
Il che non riguarda direttamente (ed esclusivamente) il fatto che io abbia trovato per questa cosa un’applicazione (quella che sto proponendo in un workshop) rivolta a “sbloccare la creatività” dei fotografi e a facilitare il cambiamento del loro punto di vista.
In questo  blog, infatti, non posso (perché sarebbe in astratto) e non voglio (perché dovrei farmi pagare) svolgere online uno dei miei laboratori.
Un’altra cosa che vorrei è che fosse un luogo dove la gente s’incontra per confrontarsi, ma – mi è già capitato di dirlo – so che non basta dire: “ehi, venite qui e ditemi!”. La verità è che non so cosa potrei fare; posto come punto fermo che non voglio dar vita a un’agorà dove la gente si schiera l’una contro l’altra armata di vis polemica. Questa formula funziona alla grande, ma non mi interessa affatto. Preferisco un luogo dove ognuno si senta di raccontarsi e poter dire la sua in uno spirito di condivisione e nel rispetto di ogni individualità.
Infine vorrei, soprattutto, che l’occuparmi di questo blog non sia vissuto da me in nessun modo come un obbligo a far qualcosa che stabilisco all’inizio una volta per tutte e che finisce per diventare un cappio al collo della mia libertà di esprimermi come meglio ritengo, persino in maniera contraddittoria se voglio. Perché le cose cambiano e io pure voglio cambiare seguendo il corso della mia esistenza.
Mi piacerebbe, invece, che mi servisse da stimolo proprio per ri-tararmi, cammin facendo, con la realtà. Come e se riuscirò, ancora non lo so.
Però sento che personalmente ho bisogno di un inizio che poggi anche su qualcosa: questo qualcosa non può che essere il mio passato, quello che mi rende ciò che sono e ciò che ho da dare.
Potrei senz’altro sbagliare: risultare noiosa o poco stimolante rispetto ad alcune aspettative che – mio malgrado – ho contribuito a creare. Ma so pure che tutto è relativo.
La lezione l’ho imparata molti anni fa, allorché aiutavo una mia cugina che andava in onda con un suo programma musicale su una grande radio locale, del mio paese (a proposito di relatività!). Arrivava regolarmente all’ultimo minuto e io, mentre lei era già ai microfoni mi fiondavo a scegliere le canzoni che avrebbe messo in scaletta. Dal momento che le mie scelte, fatte al volo, tutto erano tranne che ponderate in base alle esigenze degli altri, ma al massimo si basavano sul fare incontrare i miei gusti con quelli della speaker, il programma diventava qualcosa di vagamente dada (anzi dudà, visto che s’intitolava così!) per contenuti e coerenza formale. Voglio dire che spesso finiva con l’essere poco congruo rispetto alle aspettative di un ascoltatore di una radio privata degli anni ’80: insomma chi vi s’imbatteva aveva molta più probabilità di ascoltare “Oh superman” (notare la lunghezza del pezzo!) invece che il “Boys boys boys“, che si aspettava.
Presa, comunque, da una vaga insicurezza nel sostenere le mie scelte d’istinto, un giorno sono andata a parlarne col direttore della radio, scusandomi perché credevo che dal programma si aspettasse altro. Sorpresa! Non solo non si aspettava un bel niente… ma soprattutto concluse dicendo: “Se quella musica piace a voi, sicuramente piacerà anche a qualcun altro, quindi vale la pena di farla sentire!”.
La lezione era: è impossibile accontentare tutti, e però è giusto provare ad accontentare anche quei pochi che possono essere in linea con noi, soprattutto se nel farlo facciamo contenti noi stessi!
Nel far questo – è indubbio – ci si espone ad un ampio margine di errori e fallimenti, ma perché non si potrebbe sbagliare?
In una prospettiva che guarda alla creatività, all’innovazione e al cambiamento, sbagliare non è semplicemente umano, ma è addirittura necessario.
Jack Matson, professore alla Penn State, che si occupa  appunto di creatività e cambiamento vede alla base del suo metodo quello che lui chiama IFF (Intelligent Fast Failure): il presupposto è che consentirsi di sbagliare ci permette di esplorare altre e nuove possibilità, l’importante è farlo in maniera intelligente, in modo da capire come aggiustare il tiro, e soprattutto tentando il maggior numero di possibilità nel minor tempo possibile.
Per citare Matson il nostro mantra dovrebbe essere: “sperimenta, rischia, sbaglia, impara e crea”.
Chi decide di allontanarsi dai percorsi consueti non può che navigare “a vista”, pronto a sbagliare, a capire e imparare, ma anche pronto ad imbattersi per serendipity in qualcosa che non aveva cercato. 
Per ora mi limito a procedere, dunque; dandomi la chance (chi altro me la potrebbe dare?) di vedere, provare, anche di sbagliare molte volte. Anche perché nel mettersi in “gioco” non ci sono premi, il premio è il giocare!

Grazie T. per avermi fornito spunti per formulare con chiarezza questo pensiero a me stessa, prima ancora che a te e agli altri che leggeranno.
🙂

p.s.
A chiunque voglia qualcosa di “più fotografico”, posso consigliare una preziosa lettura:
Clément Chéroux, L’errore fotografico

per fare un po’ di chiarezza… (parte 4)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

per fare un po’ di chiarezza… (PARTE 3)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo. © Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente.

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