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PSPF: una conversazione con Antonello Turchetti

Dal 14 al 23 Novembre si svolgerà a Perugia l’atteso Perugia Social Photo Fest (PSPF),  manifestazione di punta che indaga le accezioni della fotografia più strettamente connesse alla fototerapia, alla fotografia terapeutica, ad una fotografia intesa come strumento di positivo cambiamento sociale e individuale.
Ho pensato che vi sarebbe piaciuto sentirne parlare direttamente dal suo organizzatore e direttore artistico, Antonello Turchetti. Ecco qui, dunque, la sintesi di una ben più lunga chiacchierata che abbiamo fatto sul festival.

Antonello Turchetti al PSPF 2013
Antonello Turchetti al PSPF 2013

– Il PSPF giunge quest’anno alla terza edizione e appare in continua evoluzione, ogni anno più ricco. Quali nuove sfide si prospettano?

Il festival è nato con l’idea d’innescare e portare avanti un cambiamento sociale. La scorsa edizione ha incontrato un grande successo di pubblico e ciò ci ha incoraggiati ad ampliare i nostri progetti.
E’ stato, dunque, fatto un intenso lavoro non solo per mantenere viva l’attenzione sul festival durante tutto l’anno, ma soprattutto per portare avanti un pensiero e un’azione. Per questo abbiamo aperto la sezione Spazio Lab con i suoi laboratori. Abbiamo poi avviato un progetto come Cosmorama, che è precursore di un vero e proprio mettere in rete esperienze legate alla fototerapia e alla fotografia terapeutica.
Per il prossimo futuro la prospettiva è quella di allargare ulteriormente le attività, aprendo a un territorio umano più ampio, che può essere l’Italia come l’Europa, e facendo sì che quanto verrà prodotto diventi materiale di riflessione e vada a integrare il programma del festival successivo.
Un primo risultato sono i numeri importanti della partecipazione alla “Call for entry”, che mi auguro attireranno una maggiore attenzione da parte dei finanziatori pubblici e privati.

© Giovanni  Cocco
© Giovanni Cocco

– Immagino che le difficoltà che si presentano a chi deve portare avanti un progetto tanto articolato siano davvero molte. Qual è stata la più grossa?

La difficoltà più grossa è il reperimento dei fondi. Nonostante ciò, anche quest’anno stiamo preparando un festival di alta qualità, che non è una semplice vetrina di mostre fotografiche, ma piuttosto un momento di vero approfondimento e d’incontro a più livelli.
Con enorme sacrificio abbiamo reso tutti gli eventi gratuiti, a parte i workshop che comunque hanno un prezzo contenuto; e addirittura chi voglia partecipare a tutti e tre i workshop a carattere introduttivo – cioè quelli di Oliviero Rossi, di Judy Weiser, di Lucia Cumpostu – pagherà solo 50 €.
Di questi risultati devo dare merito a tutte le persone che ruotano intorno all’evento. Il festival è davvero un’entità, composta da tante persone che – in diversa misura – collaborano: da coloro che concretamente mi supportano agli artisti che decidono di venire al festival senza un cachet, perché sostengono l’attività del festival; dalle persone che ci danno 10 € per la raccolta fondi a quelle che ci dicono: “Avete cambiato la mia vita. Vi sosterrò sempre!”.

– Com’è nata l’idea del tema di quest’anno? La resistenza può essere intesa come un tener duro o come un semplice opporsi bloccando, tanto nella propria esperienza individuale quotidiana che a livello sociale.

Il discorso, portato avanti a più livelli, è stato in realtà quello della resilienza: esaminando come l’arte – non necessariamente solo il linguaggio fotografico – possa essere uno strumento di resistenza/resilienza; pensando all’incontro con emergency e a tutta una serie di attività di formazione per il pubblico, che vanno dalla conferenza, all’incontro, ai workshop.

© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil
© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil

La resistenza – intesa appunto come resilienza – è molte cose. E’ una resistenza della società, oltre che del singolo. Si parla di resilienza sociale quando la collettività affronta un periodo difficile ed è proprio quello che stiamo vivendo.
“Resisto” è diventata, dunque, la parola chiave di quest’edizione, il suo “concept”, ma tutto si basa sul concetto di resilienza. E il resistere, in un simile contesto, è inteso come un trasformare ciò che in questo momento è negativo in qualcosa di positivo. Ciò di cui parliamo è una resistenza attiva e compartecipe, un unire le forze, non un semplice opporsi. E’ un dire: “Questo è il dato di fatto; questa è la risorsa di cui dispongo al momento!”. Non si tratta tanto di cambiare tutt’a un tratto l’esterno, quanto di costruire cambiando il mio atteggiamento verso l’esterno. Le persone resilienti non sono supereroi, ma persone che quotidianamente procedono.

– La parola “resisto” contiene in sé “esisto”. Quest’esistere è pensato, dunque, come un divenire, un trasformarsi, piuttosto che un puro esserci, basato sull’identità?

La scelta di quella parola, infatti, dipende anche dal fatto che ha in sé la parola “esisto”. Del resto il resistere può essere pensato come un esistere fondato sulla resilienza.
Resistere ed esistere, vanno insieme, al punto che la presa di coscienza di chi siamo e delle nostre potenzialità è il primo passo verso la resilienza. Non possiamo essere resilienti se non accettiamo la nostra esistenza, perché accettarla significa capire quali sono le nostre risorse.
Rispetto al festival poi esistenza è un dare letteralmente visibilità e voce a quelle realtà che in un modo o nell’altro possono essere nascoste o che sono raccontate solo in determinate circostanze, altrimenti sembrano non esserci non avendo la possibilità di parlare.

© Irina Popova
© Irina Popova

Come nel caso di “another family”, la mostra di Irina Popova, in cui l’umanità di un tossicodipendente viene rappresentata nella sua interezza al di là dei tipici quadri di giudizio, che porterebbero a una condanna sociale. Il protagonista del lavoro di Irina non è “solo un tossicodipendente” è un essere umano, con una sua vita non in sintonia e non collocabile; fatto che nulla toglie alla sua umanità. L’esistenza di quell’uomo appare come qualcosa nel qui e ora, ma diventa pure un qualcosa in divenire nel momento in cui anche una sola delle persone che verranno a vedere il festival riuscirà a comprendere questa sfumatura di senso.
“Per coltivare l’umanità bisogna essere legati agli altri esseri umani e riconoscerli”: questa è la chiave di lettura del festival.

– Come avete selezionato i lavori da presentare in mostra?

Su 117 lavori, arrivati da tutto il mondo, abbiamo selezionato 4 progetti. La scelta è stata ardua, ed era mirata all’individuazione di progetti che contenessero un messaggio chiaro e preciso concernente l’utilizzo terapeutico della fotografia. L’idea era premiare progetti che avessero anche una precisa metodologia di approccio, al di là del valore prettamente estetico o concettuale delle immagini.

© Marika Delila Bertoni
© Marika Delila Bertoni

In particolare uno dei lavori premiati nella sezione fotografia terapeutica, quello di Marika Delila Bertoni, pur avendo fortissimi connotati artistici ed estetici, era diverso da altri progetti, perché era già strutturato come metodo di lavoro; e ci abbiamo visto una potenzialità non solo per lei stessa. Altri progetti, invece, per quanto avessero di certo avuto un forte impatto terapeutico nei loro autori, non erano altrettanto validi nel veicolare il discorso dell’applicazione della fotografia come preciso strumento di terapia o di benessere personale. C’è grandissima confusione riguardo ai concetti di fototerapia e di fotografia terapeutica.

– In quell’accezione la fotografia è soprattutto uno strumento di cambiamento, personale e non solo, non è vista in quanto portatrice di messaggi estetici o artistici fine a se stessi.

A prescindere dal fatto che la componente estetica sia presente, essa la fotografia diventa un veicolo per comunicare ed esprimersi, non un fine. La fotografia sociale, in questa logica, acquista un significato molto ampio ed esteso.
Ci sono lavori, come quello di Jay Sullivan, che hanno grande valore estetico secondo me; e la sua ricerca è stata sicuramente terapeutica per lui in prima persona, ma è allo stesso tempo una grandissima riflessione a livello universale: rappresenta qualcosa che tutti hanno fatto dopo la perdita di una persona che possono aver amato o odiato, ma che gli ha dato la vita.

© Jay Sullivan
© Jay Sullivan

Loredana De Pace e Fausto Podavini non hanno avuto un attimo di esitazione: per quanto essi siano immersi nel mondo della fotografia più che rivolti a un’attenzione terapeutica, l’impatto emotivo di quel lavoro è stato grande anche su di loro.
L’anno scorso Podavini aveva esposto al festival per lo stesso motivo: non tanto perché avesse vinto il Worldpress Photo, quanto perché il suo lavoro affrontava in un certo modo la tematica dell’Alzheimer. Accanto al suo lavoro, fotograficamente impeccabile, oltretutto, avevamo presentato quello di Alessia Lombardi, la quale aveva proposto un lavoro fotograficamente piuttosto debole, ma di una potenza emotivamente inaudita. Aveva rappresentato l’Alzheimer di sua madre cercando di ricreare la confusione temporale che questa sperimentava attraverso uno stratagemma: quello di porre davanti all’obiettivo della fotocamera la lente di un caleidoscopio, il primo giocattolo che la madre le aveva regalato.
Il tipo di scelta che operiamo mira a far sì che uno spettatore medio, avvicinandosi al festival senza particolari strumenti, rimanga colpito da una mostra e ne esca con una nuova suggestione. Intendiamo aprire questioni, non dare risposte, perché ognuno trovi la propria: questo è il nostro obiettivo.
E’ ovvio che poi si debba mettere in conto anche la costruzione estetica del festival, ma la nostra attenzione è rivolta principalmente alla fotografia come strumento di riflessione sociale.

© Simone Cerio (parallelozero)
© Simone Cerio (parallelozero)

– Alla fine di questa chiacchierata, vorrei chiederti se c’è una domanda che vorresti ti fosse fatta?

Forse, semplicemente, un “come ti senti?”. O meglio vorrei che qualcuno s’informasse su come vivo tutto questo: l’essere il presidente, l’ideatore, quello che comunque deve avere sempre le energie per portare avanti le progettualità messe in campo.
Spesso divento l’emblema di una realtà, ma sfugge che uno possa avere anche una parte debole. Talora mi faccio domande su tutto questo percorso, che parla tanto di me, è un mio percorso di vita. Capita che io di notte mi svegli chiedendomi perché lo faccio, perché spendo tante energie togliendole ogni giorno alla mia vita privata. Ma poi ricevo l’email di qualcuno che mi dice: “Continua perché quello che ha portato nella mia vita il festival è qualcosa d’importante, continua perché può cambiare la vita ad altre persone…”.
Se penso a questo, e a quanto può ancora crescere il festival – non come contenitore di fotografie ma come contenitore di opportunità, di realtà progettuali, di incontri, di cambiamenti – mi commuovo. Così anche se ho paura, viste le difficoltà, che tutto questo potrebbe finire, pensando a tutto il bene che produce a tante persone e a tanti livelli, “resisto”.

Qui una versione in lingua inglese (grazie a Judy Weiser!):
Interview in English

© Matej Peljan
© Matej Peljan

Jennifer Loeber: “Left Behind”

Che succede quando un recente lutto trasforma la vista di qualsiasi cosa appartenuta alla persona mancata in un tormento per il nostro cuore?

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Ce ne parla Jennifer Loeber: “Mi sono trovata sopraffatta dentro dalla necessità di mantenere anche il più banale dei beni di mia madre quando è morta improvvisamente lo scorso febbraio; anziché darmi conforto e bei ricordi, essi erano diventati fonte di profonda tristezza e di ansia, e sapevo che l’unico modo in cui sarei stata in grado di superare tutto ciò sarebbe stato il mettere a fuoco un modo per interagire con essi catarticamente”.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Da queste premesse nasce un lavoro fotografico dal titolo emblematico: “Left Behind”.
L’ispirazione – racconta ancora l’autrice – le sarebbe venuta da Instagram, avendo notato come usare gli aspetti casuali della condivisione di questa applicazione diventava uno strumento in grado di depotenziare i forti sentimenti che provava verso gli oggetti “lasciati dietro” da sua madre.

Il passo successivo è stato quello di confrontare questi oggetti quotidiani con i ricordi che essi le evocavano, di rileggerli alla luce dei ricordi, anziché della mancanza.
Per far questo crea dei dittici in cui accoppia ad ogni ripresa attuale, fortemente oggettiva, di ciascun effetto personale una foto tratta dall’album di famiglia, creando un confronto dialettico immediato (lampante e non mediato dalle parole) fra ciò che è e ciò che è stato.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

E’ interessante confrontare quest’opera della fotografa newyorkese con la serie “Madre” della spagnola Beatriz Ruibal (ne ho recentemente scritto qui).
I due approcci, molto diversi fra loro, sottendono infatti la medesima intenzione, quella di trovar sollievo dal dolore di una perdita. E sono due strategie concettuali e artistiche diverse, che nascono dalla stessa certezza: la fotografia è in grado di metterci in relazione con la realtà rendendoci più accettabile una sofferenza. Perché il fotografare – così come il guardare le fotografie – è “ricostruire” la realtà.
E’ ciò che puntualmente fanno entrambe, ma curiosamente ciascuna di loro sceglie  di spostarsi lungo un verso differente sulla traiettoria del tempo.© Jennifer Loeber

© Jennifer Loeber

Da un lato Ruibal, che cerca di muovere oltrepassando la contingenza verso il nuovo e, quindi, apre al futuro; dall’altro Loeber, che si volge con determinazione al passato.
Così, mentre la fotografa spagnola si avvicina agli oggetti quotidiani della madre morta trasformandoli in una sorta di patchwork evocativo e astratto al tempo stesso, col risultato di razionalizzare quegli oggetti, ma anche di riassemblarli in qualcosa di “altro” da quel che erano, per cui la perdita sembrerebbe risarcita dalla creazione di un nuovo “oggetto” e di un nuovo senso; la fotografa newyorkese – invece – sceglie di ricontattare il significato originario delle cose: non di traghettarle in un territorio – quello dell’arte – affatto diverso, ma piuttosto di gettare un ponte verso il passato per restituirle a se stesse, in un certo senso scindendole dal dolore presente, e per arricchirle della dolcezza tipica del bel tempo passato.
Due strategie diverse che ci fanno molto riflettere su come ognuno possa trovare la strada che più gli è congeniale, in fotografia come nella propria esistenza.

Beatriz Ruibal: “Madre”

Come di consueto è in corso a Madrid PHotoEspaña, festival di fotografia e arti visive, che proseguirà fino al 27 luglio.
A differenza delle precedenti edizioni, quella presente non si dipana attorno a un tema particolare, perché s’inaugura una nuova formula, che privilegerà l’agglutinarsi di una maggiore varietà di proposte curatoriali, cui solo filo conduttore sarà la provenienza geografica degli autori. S’inizia quest’anno proprio con la fotografia spagnola.

Nella vasta scelta di mostre mi colpisce – per quelli che sono i suoi rimandi ai temi di cui questo blog vorrebbe trattare – la presenza in una collettiva, dal titolo “En el Recuerdo” – degli scatti di Beatriz Ruibal.
Le sue immagini appartengono tutte alla stessa serie: “Madre”.

18-madre
Inaugurazione MADRE, Beatriz Ruibal 2012

Beatriz Ruibal ne parla così: “Con la morte di mia madre […] ho deciso di fotografare i suoi oggetti personali e i dettagli della sua casa, la nostra casa. Ho cominciato a registrare in maniera ossessiva le immagini delle stanze della casa, così come i suoi effetti personali, le tracce che aveva lasciato. Volevo registrare l’impatto del suo trapasso su di me”.

Nasce così un “monumento” alla mancanza della madre, Carmen, morta nell’aprile del 2010.
Un’architettura visiva che si presenta come una griglia d’immagini, scattate in modo da offrire una visione “in pianta” – ossia dall’alto e in perpendicolare – di soprammobili ed effetti personali, la cui evidenza è posta in risalto e dall’avvicinarsi dell’obiettivo e dalla posizione centrale su un medesimo sfondo neutro. Per questo approccio, a prima vista, potrebbe sembrare l’asettica classificazione di uno studio scientifico o magari – in  maniera più consona al soggetto di questo progetto – una raccolta di prove forensi: le prove di un’esistenza passata e di un’assenza presente.

Remembrance of things past … a shot from Beatriz Ruibal's series Mother.
© Beatriz Ruibal, dalla serie “Madre”

Certamente richiama alla mente varie esperienze ormai etichettate sotto il generico tag di “fotografia concettuale”: le classificazioni di modelli architettonici di Bernd e Hilla Becher, o persino certi esperimenti insieme intimisti e astratti di Sophie Calle. E possiamo ben speculare sul fatto che quella di Ruibal sia proprio fotografia concettuale, nella misura in cui questo progetto potrebbe anche avere come soggetto un discorso sulle più intrinseche caratteristiche del fotografico: il suo registrare puntualmente la realtà, e di converso il suo estrarre/astrarre dalla realtà e dal flusso del tempo, per poi ripresentare sempre immobile e uguale, qualcosa che potrebbe esser cambiato o non esserci più.

La fotografia, come ci ha opportunamente spiegato Barthes, per quanto ci ponga innanzi ciò che in un certo momento è stato davvero davanti alla macchina fotografica, molto più ci mette davanti a noi stessi, ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni: di fronte, dunque, a ciò che quella porzione di spazio e di tempo vuol dire per noi.

D’altronde un certo uso della messa a fuoco, come della generale intonazione coloristica, in questi “tasselli di memoria”, fa sì che questo lavoro risuoni nello spettatore in modo affatto differente da una semplice catalogazione, sottolineando come questi scatti siano in realtà materia e tramite di emozioni sottili e commosse, che penetrano lo sguardo dello spettatore.
Tuttavia, ancor prima che una ben calibrata macchina di evocazione per emozioni – suscitate ad arte – come la mancanza, la nostalgia, la tenerezza per un mondo delicato al di fuori del tempo, queste foto si rivelano proprio per come sono state concepite e  vissute dall’autrice: come il prodotto concreto di un processo intimo di riconoscimento ed elaborazione di sentimenti profondi, portati a galla attraverso gli strumenti che la fotografia offre.
Un processo schiettamente fotografico e insieme prettamente terapeutico attraverso il quale Ruibal ha potuto venire a patti con l’ossessione del lutto, rielaborandola in arte e trasformandola e in nostalgia.

Accanto a questi scatti è in mostra anche un video, che ribadisce la valenza artistico/terapeutica di questo progetto. Si tratta di Los espacios que fuimos (2011), filmato quasi come un ininterrotto piano sequenza nel quale l’autrice ripercorre la casa disabitata della madre; in sottofondo una musica di Chopin, mentre la sua voce fuori campo legge un testo d’impatto poetico ed evocativo pari a quello degli scatti.

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© Beatriz Ruibal

 

per fare un po’ di chiarezza… (parte 4)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

per fare un po’ di chiarezza… (PARTE 3)

Originally posted on Lo Specchio Incerto:

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo. © Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente.

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per fare un po’ di chiarezza… (parte 1)

in-sightlogoRendendomi conto che a molti può risultare ancora piuttosto oscuro ciò di cui intendo parlare in questo blog, ripubblico (era già su Lo Specchio Incerto) alcuni stralci di una tesina da me scritta, a compimento del Master universitario in Video, fotografia, teatro e mediazione artistica…“.  Suo titolo era “Una visione personale della realtà”; descriveva premesse e sviluppo di quello che sarebbe stato il mio workshop sul “diario esperienziale”.

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

per fare un po’ di chiarezza… (parte 2)

Lo Specchio Incerto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

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