la camera delle meraviglie


In questa pagina sono custoditi i vostri doni. Grazie per averli generosamente inviati 🙂

 

I doni di Maria Grazia

Tre motivi

Cara Rosa Maria,
nella mia discrezione seguo, osservo e leggo con passione, ma spesso silenziosa, ogni contaminazione possibile fra fotografia e introspezione, quindi è questo il primo motivo per cui mi affaccerò spesso a Fotografia 3.0.
Nella mia curiosità non sono indiscriminata, nel mio cercare ho affinato una predilezione per luoghi di riflessione che suscitino pensiero, e questo mi è accaduto più volte leggendo le tue osservazioni, ed è questo il secondo motivo.
Il terzo ha a che fare con la Gestalt che tu hai incontrato attraverso Oliviero Rossi e che io ho incontrato da più di dieci anni e mi piace pensare di poterci confrontare con un linguaggio comune.

© Maria Grazia D'Amico. Autoritratto graffiato
© Maria Grazia D’Amico. Autoritratto graffiato

La mia prima volta con la fotografia

La mia prima volta con la fotografia richiede di distinguermi in chi osserva e chi scatta.
Ho frequentato per un periodo molto breve la scuola materna e, in attesa di cominciare la scuola elementare, trascorrevo lunghe mattine osservando e giocando con le foto di famiglia: l’album del matrimonio dei miei genitori e una scatola di metallo piena di foto. Le combinazioni erano assai varie e le storie che ne scaturivano sempre segrete!
I primi scatti mi sono costati lunghe preghiere per convincere mio padre a lasciarmi maneggiare la sua piccola macchina fotografica, il tempo era sempre brevissimo e i rimproveri molti.
A 13 anni, in seconda media, ho partecipato a un concorso fotografico. Utilizzavo ancora la vecchia macchina fotografica di papà, scattai molti ritratti ai miei compagni di scuola e, con mia grande sorpresa, vinsi il primo premio: una piccola macchina fotografica automatica, tutta mia! Vinsi grazie a un gioco di ombre sul viso di una compagna. Un piccolo filo rosso che ho tenuto sepolto per lungo tempo. Non avevo grande fiducia nelle mie capacità, quindi, varcate le porte del liceo, accantonai la fotografia per decenni, senza smettere, però di guardare, osservare, stupirmi e commuovermi di fronte a immagini che mi parlavano con la medesima immediatezza e intensità della poesia che non ho mai smesso di amare e di frequentare.
Quattro anni fa ho incontrato le foto graffiate di Bruno Taddei e, intuendone lo straordinario potenziale, ne ho fatto la mia tesi di laurea in psicologia, discussa il 20 marzo di quest’anno, suscitando molto interesse nella commissione. (Maria Grazia D’Amico)

I doni di Paola

Tre motivi

1. perchè amo la fotografia
2. perchè amo comunicare le mie emozioni ed uso la camera per scriverle
3. perchè mi affascina la conversazione silenziosa e differita nel tempo tra chi scatta e chi osserva l’immagine

© Paola Saetti
© Paola Saetti

La mia prima volta con la fotografia

“La mia prima volta con la fotografia era in aprile 2012. Stava per piovere. Dopo cena. La reflex era arrivata al mattino. Prima volta assoluta, non sapevo di tempi, diaframma esposizione. Ero entusiasta di giocare. Sotto i portici (pioveva) faccio diverse prove e capisco che l’impostazione apertura è più facile. E vedo una donna pedalare veloce in bicicletta ripiegata con il suo ombrello. mi preparo a scattare ma il tempo era talmente lungo che mi viene da seguirla con la macchina e finalmente l’otturatore si chiude. Guardo sul display e mi sembra un quadro di Magritte. Non sapevo come avevo fatto ma mi piaceva il risultato. Torno a casa. Era giovedì e trasmettevano CSI alle nove. Lì ero molto felice, conservo un bel ricordo di me. ” (Paola Saetti)

I doni di Silva

Tre motivi
a) scambio, rete, confronto
b) una strana risonanza con la parola benessere collegata alla fotografia…forse sono stanca di pensare che tutto è “terapeutico”
c) un bisogno selvaggio di vedere vedere vedere e confrontarmi con il punto di vista “di altri”, una fame atavica d’immagini che mi spinge a sfogliare riviste cartacee e online con ricerche fotografiche.

© Silva Masini
© Silva Masini

La mia prima volta con la fotografia

La prima volta  non la ricordo, anche perché la mia famiglia aveva una concezione della fotografia tipicamente popolare …fissare un “momento” per l’album…quindi non importava qualità o creatività, bensì lo scatto, possibilmente a risparmio, che documentasse la famiglia in un certo luogo e con le “pose” classiche da reportage fatto in casa. Così anche se fotografavo, lo facevo con un distacco emotivo e questo non mi dava certo la soddisfazione che immaginavo poteva provenire da immagini “strambe”, quelle che mi attiravano veramente e probabilmente non adatte all’album di famiglia.

Visto il perenne scontro tra il mio bisogno esuberante di espressione, eccentrica e scomposta e il bisogno di “contenimento” e restrizione di mamma e papà, ho lasciato perdere la fotografia per dedicarmi soprattutto alla pittura, tanto che è stata per un lunghissimo periodo il mio mezzo fotografico per atipici “scatti interiori”. 

Solo negli anni ’90 quando mio figlio adolescente ha iniziato ad invaghirsi della fotografia digitale, scegliendo poi di investire la propria ricerca artistica nella fotografia, mi sono lasciata andare allo scatto selvatico ed ho iniziato veramente un percorso di “ben Essere” che ha poi accompagnato la mia espressione artistica. 

Ricordo che durante il primo periodo di riappropriazione di immagini “senza senso”, che avevo dovuto cancellare dal mio sguardo per oltre 20 anni, viaggiavo con una digitale e rubavo dettagli nei luoghi più disparati…dai campi di girasole a fine agosto ormai rivolti tristemente verso terra, come anziani signori in attesa della morte, a particolari umani scattati su tram e treni, a dettagli di mani e piedi…per non parlare dei molteplici selfie che erano una testimonianza di parti di me.

Così ho recuperato il mio mondo d’immagini fino a raccogliere in immensi archivi digitali un pianeta alternativo, dove ho memorizzato modi di sentire e percepire l’altro da me.

Ad oggi, nella mia ricerca, fotografia e pittura convivono in una dimensione condivisa tra il collage e la fotofusione pittorica. Mentre la pittura mi richiama a stati emozionali intensi e la trovo senz’altro più impegnativa, la fotografia rappresenta invece un modo per captare con leggerezza le forme del mondo che mi interessano. 

Per questo vagare per le strade con la macchina fotografica rappresenta per me un momento prezioso dello stare Bene, il ben Essere qui ed ora.

Una foto rappresentativa…una delle prime di questo periodo che ti ho descritto:
in viaggio con mio figlio adolescente, una sorta  di rispecchiamento positivo: il viaggio, la ricerca, la libertà, il movimento…
in luce “la strada”. (Silva Masini)

 

I doni di Mario

Tre motivi

  1. Per stima nei confronti della curatrice del blog (RMP) e interesse verso la fotografia.
  2. Perché la fotografia come strumento terapeutico mi interessa avendola inconsapevolmente o forse narcisisticamente praticata da sempre.
  3. I social sono interessanti ma trovo meno dispersivo il sistema dei blog.
© Mario Giovanniello
© Mario Giovanniello

La mia prima volta con la fotografia

Come per molti, il mio primo incontro con la macchina fotografica è avvenuto in famiglia: siamo verso la fine degli anni ’70  e l’oggetto in questione è una reflex russa portata a casa da mio padre dopo un viaggio nell’ URSS. Si trattava di una Zenith: corpo in metallo e obbiettivo da 50mm, tutta meccanica, con uno strano esposimetro esterno a cellula fotoelettrica. Molte, quasi tutte,  le nostre foto di famiglia sono state scattate da mio padre con questa fotocamera.

Alla fine degli ’80 presi il brevetto di immersione e mi munii di una strana ma altrettanto affascinante Nikonos subacquea con cui documentavo le vacanze a suon di rulli di Ektakrome da 100 ASA seguite da regolari proiezioni.

Con gli anni dell’Università comprai una Yashica FX2000 totalmente manuale con obbiettivo da 50mm e frequentai un corso di fotografia che mi fece familiarizzare con la tecnica, l’esposizione e i fondamenti di composizione. Anche qui il supporto era rigorosamente la diapositiva e spesso il diaporama il fine, l’output, il momento di gloria.

Gli Autori, la Fotografia, li filtro per osmosi dalle riviste che allora leggevo, come Photo, o da alcuni libri come quello di Ansel Adams sul sistema a zone. Dovendo fare dei nomi citerei Irving Penn (gli still life!) Sarah Moon, Peter Lindbergh, Joyce Tenneson.

Le diapositive accompagnano gli anni di studio, di accostamento al lavoro, il tempo libero  ma molto spesso il tempo vissuto: vuoi nei lunghi momenti di ozio, nei viaggi in auto, in ogni occasione.
 Fotografavo le tazzine di caffè durante i pranzi di Natale dalla mia nonna materna, le incrostazioni del legno della tavola da pranzo, i dettagli per il tutto. Se devo dire, mosso da un senso quasi di anticipazione di quello che poi sarà il ricordo la rievocazione.

Illuminante fu poi un corso all’Università Popolare di Vercelli, tenuto da un bravo e appassionato fotografo, tutto basato sulla Storia della Fotografia e suggerimenti di composizione; il corso culminò tra l’altro nella costituzione di un gruppo fotografico.
Durante il corso ci vengono assegnati dei compiti a casa in forma di foto da eseguire e mostrare poi agli altri partecipanti – l’era digitale è arrivata –
 
A tutti, compreso il mio maestro, piacciono però le mie dia degli anni passati e pochi si emozionano davanti ai recenti scatti in digitale  (in barba agli input che avrei dovuto avere al corso).

Una foto su tutte piacque: uno scatto fatto con una compatta Ricoh caricata a diapositive preso nell’ atrio delle storiche poste centrali di Napoli. In una luce ( che poi mi accorsi essere mitica) una donna attendeva seduta il suo turno per riscuotere la pensione. Non sapevo nulla di Kudelka, di Pinkassov o della Magnum: mi limitai ad entrare nell’edificio – in compagnia di un amico filosofo che in quel periodo viveva a Napoli – e, vista davanti a me la scena, a chinarmi leggermente per effettuare due o tre scatti alla signora.
La foto in questione si classificò credo sesta ad un concorso indetto dall’ Europeo qualche anno fa.
Ecco, questi fortunati scatti napoletani sono forse tra i più sentiti ed autentici della mia esperienza fotografica.  (Mario Giovanniello)

 

I doni di Tobia

Tre motivi

m’interessa perché son curioso. curioso di come la fotografia e l’arte (che nella mia immaginazione tendono sempre a migliorare la vita delle persone) possano trovare un luogo dove questo legame, questa proprietà, prova ad apparire in modo evidente, come il sole nel cielo.

m’interessa perché non mi interessa, in quanto la fotografia vista come terapia, come medicina, perde ai miei occhi l’attrazione che ne sboccerebbe forte battito. per questo mi attrae, per il gusto di scoprire se nascerà qualcosa di nuovo (che mi farà cambiare idea).

ho sempre visto l’arte e la fotografia come qualcosa di essenziale per il mio spirito, per la mia vita. non ho mai pensato potesse venire un giorno a mancare, non mi son mai chiesto che cosa potrebbe essere, di me, senza di lei. se iniziassero a nascere domande, mi piacerebbe molto.

La mia prima volta con la fotografia

(non scriverò un testo sulla mia prima volta con la fotografia, non mi piace la domanda. non voglio pensare ci sia stata una prima volta, e non la ricordo. la fotografia è sempre lì e sempre lì rimarrà. lei è per me qualcosa che sempre esiste, e talvolta si nasconde, e poi torna in fianco a camminare.)
per illustrare questa idea, che forse ho posto in modo brusco, userei questa immagine. (Tobia Alberti)

scambio di cieli
© Tobia Alberti. Scambio di cieli

 

 

 

 

 

 

 

I doni di Alessandra

Tre motivi per cui trovo in-sight valido
1) interesse per la fotografia come immagine interiorizzata/interiorizzabile.
2) confronto con realtá altre, sempre molto stimolanti.
3) il fil-rouge intelligente e profondo che lega il tutto.
La prima volta in fotografia:
La mia prima volta é sepolta tra le macerie della mia memoria vagabonda.
Ero alle elementari: una bambina strana e curiosa, che non si accontentava dei giochi dei coetanei..Mio nonno – non un fotografo ma un artista del pensiero – fotografava e stampava da solo le sue immagini, mostrandomi ogni volta nuovi mondi.
E fu così che chiesi in dono una macchina fotografica (una piccola compatta a fuoco fisso): è stato il primo regalo (ed uno dei pochi) che ho fortemente desiderato nel corso della mia vita.
© Alessandra Vinotto. Autoritratto interiorizzato
© Alessandra Vinotto. Autoritratto interiorizzato

Da allora, (nonostante i miei percorsi interiori mi abbiano portato ad esplorare numerosi linguaggi espressivi, tra cui il video, che negli ultimi anni mi sta dando immense soddisfazioni..) non ho mai smesso di scattare, e non solo perchè l’ho scelto come lavoro, ma anche -e talvolta soprattutto- per esprimere una forte esigenza di comunicazione.

In sintesi, l’obiettivo come la penna, dunque. Fermo o in movimento.. Gli scatti, i fotogrammi, i frame come parole che definiscono concetti, come frasi che raccontano, che descrivono, che incantano;
da bambina senz’altro non potevo avere la consapevolezza di cosa ciò significasse : ma adesso non potrei più farne a meno, mai.
La foto: 
Autoritratto interiorizzato.
Tra l’astratto ed il concreto, tra il pittorico ed il plastico.
Oltre lo scatto.

I doni di Ilaria

Tre motivi

1. perchè la fotografia ha segnato un momento di passaggio della mia vita e della mia formazione
2. perchè penso che fotografare sia raccontare il modo in cui guardiamo il mondo (almeno in parte)
3. perchè rincorro il tempo, come tutti, e fotografare mi insegna a centellinarlo.
Allego una foto a cui tengo molto, la ragazza nella foto è mia sorella.

© Ilaria Buonomo
© Ilaria Buonomo
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 Grazie a tutti coloro che hanno inviato i loro doni!!! 🙂

un saluto dallo gnomo … 😉

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