Tutti gli articoli di Rosa Maria P.

una fotografia può raccontare qualcosa?

Le foto possono davvero essere considerate “narrative”? E se sì, in che senso?

La questione è annosa: dagli anni Settanta in poi, la critica – prendendo spunto dalla semiotica – ha discusso lungamente su quelle specificità della fotografia, che farebbero ricevere, alla prima domanda, un secco NO da parte dei puristi.
Ma non è di questo che voglio discutere ora; quindi dirotto chi voglia approfondire la questione sull’interessante testo di Augusto Pieroni pubblicato in Fototensioni).
In questa sede non voglio confutare la validità di un importante dibattito (che peraltro ritengo ineccepibile e in parte condivisibile), mi limiterò a guardare la faccenda da un altro punto di vista (possiamo chiamarlo un “rovescio della medaglia”) per mettere a fuoco quello che nella fotografia è funzionale al discorso di “auto-narrazione”, cui è dedicato questo spazio.
Partiamo dal presupposto che la fotografia è un messaggio; un “messaggio senza codice” per dirla alla Roland Barthes, è pur sempre un messaggio. Il dubbio potrebbe semmai persistere sulla “precisione” di quanto un siffatto messaggio comunichi, sul suo grado di codificazione e sulla conseguente decodificazione.

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© Rosa Maria Puglisi, 2018

Un esempio potrebbe offrirlo la foto qui sopra, che ho recentemente postato sia su Instagram che su Facebook.
Cosa potrebbe narrare un’immagine come questa? Quali elementi in essa potrebbero mai indurre chi la vede a capire lo svolgersi (una storia comporta uno svolgimento!) di una situazione particolare?
Questa è una foto che è piaciuta trasversalmente, a chi fa fotografia per professione, a chi la fa per passione e a chi ne gode semplicemente, senza neanche approcci da fotoamatore. La maggioranza di coloro che hanno interagito sui due social in quella foto ha probabilmente “visto qualcosa”, l’abbozzo di una “storia” dietro. Lo do per scontato, conoscendo molti di loro. Ha visto naturalmente la luce calda e l’ombra, la finestra chiusa, l’intrico dei rami, e queste cose automaticamente si sono convertite ai loro occhi in significato e quale? Ma poi, è’ davvero così importante che il significato sia uno e comunicabile immediatamente senza ombre di dubbio?
Dipende. Direi di sì, se si trattasse di una foto scattata come documentazione in una questione di danni e assicurazioni, sicuramente sarebbe fondamentale un’inequivocabilità tautologica, per cui la foto dovesse presentare una situazione che significa –  tanto per fare un esempio -: “questa è una finestra scassinata e l’albero che ha permesso di accedervi”. Se si trattasse, invece, di una foto tratta da un reportage già il sì non sarebbe così scontato, e in ogni caso il senso di una singola foto dipenderebbe in larga misura dal contesto (fornito da altre immagini e soprattutto da didascalie).
Nella maggior parte dei casi, come appunto in questo, è irrilevante.
Molti, nel mettere il like o nel commentare quello scatto, hanno visto semplicemente l’evocazione simbolica di qualcosa, e contestualmente non si sono posti il problema che quel qualcosa non fosse affatto nella fotografia, ma fosse una mera proiezione della loro mente, per cui quello che stavano vedendo era quello che la loro cultura, la loro sensibilità personale, le loro esperienze di vita gli facevano vedere.
Nella prospettiva di autonarrazione di cui parlo in questo spazio, proprio questo aspetto “proiettivo” della fotografia è prezioso. Proprio questa impossibilità di aderire letteralmente alla realtà, malgrado le apparenze. Proprio questo lasciare un vuoto di senso che può essere variamente colmato.
Il fatto di essere al corrente che la fotografia non è capace di rappresentare, ma può solo presentare  tautologicamente ciò che si è trovato per il tempo di un click davanti a una fotocamera o a un cellulare (e niente più di questo), non invalida – semmai rafforza – in noi la sensazione di trovarci, davanti a “qualcosa che è realmente accaduto”, di poter rivedere e rivivere lo svolgersi di una scena, di cui la fotografia – proprio per la sua qualità di “presa diretta dalla realtà” è inconfutabile prova.
E’ prova indiziaria in effetti, poiché mostra molto senza far vedere tutto, estrapolando solo una porzione della realtà e del suo dipanarsi nel tempo. Ma nella prospettiva che ci interessa questo non è un problema, è una grande opportunità: quella di cimentarsi con una realtà assolutamente verosimile.
L’opportunità è quella di lavorare con un materiale grezzo che fornisce palese aderenza alla realtà e al tempo stesso lascia spazio ad una creazione e a una rimodulazione di significati. Insomma, al di là di tutto, può raccontare in maniera credibile ciò che sentiamo e che vogliamo dire. E può fornire uno strumento attraverso cui negoziare significati con noi stessi e con gli altri.

 

un bel regalo…

Collegandomi stamane a facebook, ho trovato lì ad aspettarmi il messaggio di un amico collega che mi segnalava un suo post, scritto pensando a questo blog.
Già al leggere le prime righe, che sono una citazione che ho molto amato, mi sono detta che dentro c’era tanto di me (delle mie personali esperienze ed emozioni). Andando avanti non ho potuto che condividere oltre alla nostalgia, il senso di dubbio e le domande, che il testo poneva. Devo dire che ho anche apprezzato la forma di questo testo e la sapiente scelta di termini, che… sì sono davvero legati concettualmente a questo blog.
Non abbiate paura: non starò qui a fare una pedante analisi del testo.
Vorrei solo che lo leggeste immergendovi totalmente nelle suggestioni che dà ad ognuno.
Eccolo qui, da “La valigia di Van Gogh”: “Ma non so dire quale

Buona lettura!!!
E ancora grazie a Enrico Prada per questo regalo 🙂

il multimedia del workshop presso Deaphoto

Sono lieta di condividerlo con voi.
Ringrazio colui che mi ha ospitato ed ha realizzato questo multimedia, Sandro Bini.
E ringrazio i protagonisti del workshop: Alessandro Comandini, Diego Cicionesi, Giovanni De Leo, Giovanni Masi e Sofia Bucci, che mi hanno generosamente affidato le loro emozioni.

I miei motivi e la mia “prima volta”

Giocare e mettersi in gioco non sono esattamente la stessa cosa: infatti se il “mettersi in gioco” prevede propriamente l’assumersi una certa responsabilità e persino qualche rischio, l’idea del gioco sottende spesso facilità e sempre divertimento, un tipo di coinvolgimento spensierato e aperto a tutti, grandi e piccini. E d’altra parte indubbiamente ci si può mettere in gioco con modalità ludiche (è quello che spesso si fa nell’ambito delle varie “artiterapie”), così da rendere ai nostri occhi qualsivoglia rischio non solo accettabile, ma anche stimolante al pari di una sfida; e piacevole da correre. 

Nell’inaugurare questo sito (e nella sua HOME), essendomi posta il problema di come avrei potuto coinvolgere i miei lettori, per poterli conoscere meglio e al tempo stesso per regalar loro un’occasione di riflessione piacevole sul loro rapporto con la fotografia, ho deciso di proporre una sorta di gioco a premi (le “risorse online”). Riflettendoci, la consegna di scriver “3 motivi per interessarsi…” e del racconto di un aneddoto personale sulla propria esperienza del fotografare, corredato di una foto a mo’ d’illustrazione, potrebbe sembrare troppo onerosa in termini di tempo/impegno richiesto e per questo scoraggiare (per quanto – secondo me – svolgere una simile operazione riflessivo-narrativa potrebbe riservarvi delle interessanti sorprese); o magari la troppo vaga promessa di accedere a non ben precisate “risorse” potrebbe essere ritenuta non particolarmente incentivante.

Comunque sia, in attesa che altre persone, oltre a quelle che lo han già fatto, vogliano cimentarsi nell’adempiere alla mia richiesta, mi son detta: perché non dare il buon esempio? Non bisogna sottovalutare il valore della reciprocità, credo; soprattutto quando si vuol fare la conoscenza di qualcuno e si cercano occasioni di confronto e di scambio d’idee. E poi – diciamo la verità! – mi fa piacere l’idea di cogliere quest’occasione anch’io.
Dunque ecco qui… 

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

Tre motivi (per cui mi interessa l’idea di un blog come questo): 
1) Voglia di riflettere su un aspetto fondamentale dello strumento d’espressione che prediligo (la fotografia).

2) Voglia di entrare in contatto con persone che hanno i miei stessi interessi; di creare un punto di aggregazione.

3) Voglia di diffondere le idee e le opportunità in cui credo.

La mia prima volta con la fotografia

E’ difficile per me, come – immagino – per la maggior parte di voi, ricordare e stabilire quale sia stata la mia prima volta. Anche perché mi vengono in mente diverse “prime volte”.
Tuttavia, fra le varie prime volte, quella che oggi mi sembra più significativa è quella legata alla foto che vi mostro qui accanto. Chissà da quanto tempo già fotografavo?!
Da bambina, mi appropriavo della strana compattina di mia madre (che era fatta così!) e al Liceo, impugnando la stessa, mi sentivo una grande reporter da gite scolastiche; all’Accademia, invece, avevo comprato un’Olympus OM-1 perché volevo sfruttare tutte le possibilità che la modalità di scatto in manuale poteva offrirmi, soprattutto quelle che Ansel Adams e altri puristi dell’immagine fotografica avrebbero maggiormente criticato; peraltro, le mie “creazioni artistiche” di allora, scaturite da ore ed ore di camera oscura, erano roba da far storcere il naso a qualunque serio stampatore professionista! Ma queste sarebbero altre storie.

La storia di questa fotografia – dicevo – è quella di una “prima volta”: la prima volta, cioè, che mi sono invaghita di una foto che ho scattato.
In quel periodo frequentavo la scuola di Giuliana Traverso, a Milano, e dovendo fare i miei esercizi scattavo ovunque e riprendevo qualunque cosa. Insomma portavo la mia Olympus sempre con me, ossessionando tutti coloro che mi stavano accanto, e mi divertivo a fotografare le persone con le quali passavo le mie giornate.
Questa foto ha suscitato, in seguito, diversi apprezzamenti ed è stata – con una certa generosità nei miei confronti – paragonata a quelle di grandi artisti della fotografia. E mi è stato detto (da
Lanfranco Colombo!) che richiamava alla mente atmosfere particolari e boulevard parigini; però la verità è che è nata dalla combinazione di una fortunata casualità e di una certa prontezza di riflessi (ma non erano proprio queste cose alla base del “momento decisivo di Cartier Bresson?).
Portavo a spasso, come altre volte, mia cuginetta e ci divertivamo a giocare con le foglie cadute, giusto sotto casa. Stavo scattando un po’ a casaccio, lasciandomi trasportare dall’entusiasmo per ogni cosa, finché a un certo punto decido di fare una foto alla piccola, quindi tento di farla mettere in posa. Un attimo… Pronta, eh? Sorridi! Federica si gira e scappa via; io scatto al volo. Successivamente, dovendo portare i compiti a scuola di fotografia, riguardo le mie stampine bianconero 10×15 e tolgo l’immagine in questione. Non per buttarla via nel cumulo degli scarti, ma per conservarla sul mio quaderno di appunti, insieme a tutte le “cose interessanti” che andavo raccogliendo.
Irrazionalmente mi piaceva tanto da nasconderla. Forse perché temevo potesse essere criticata: la ritenevo, infatti, difforme da certi parametri. Parametri che – tra l’altro, bisogna dirlo – nessuno stava cercando d’impormi.
Potete immaginare la mia sorpresa quando per puro caso (?) la foto, cadendo davanti agli occhi di Giuliana Traverso, suscitò al contrario le sue lodi, perché era la migliore delle mie foto fino a quel momento. Totalmente al di sopra delle altre.
Ecco che questa occasione mi si rivela doppiamente come prima volta: la prima volta che mi sono proprio piaciuta come fotografa, e la prima volta che mi sono conquistata l’attenzione della mia Maestra.  🙂
Sembra passato un secolo da allora: era normale usare la pellicola in bianco e nero se volevi imparare a fotografare e sembrava ancora un’ottima idea usare macchine meccaniche e completamente manuali. 

Ripensandoci questa storia mi sembra un po’ buffa; è come se riguardasse qualcuno che non sono (più). Però porta con sé sempre il calore di un bel ricordo. Per questo mi fa piacere condividerlo con voi.
Chiudo qui, augurando a tutti una serena e dilettevole pasqua!

p.s.
Se avete voglia di inviarmi i “vostri motivi” e la vostra “prima volta”, per piacere, fatemi sapere se ho il permesso di pubblicarli, perché mi farebbe piacere raccoglierle in una pagina qui sul blog.

Sofia Bucci: “Oleandro”

SofiaBucci, dalla Serie "Oleandro", 2014
SofiaBucci, dalla Serie “Oleandro”, 2014

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto. Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”? S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini? S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”? S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano? S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia? S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”… S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno. S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli? S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico? S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te? S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore? S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”? S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo? S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

Posizionando il cursore sull'immagine diventano visibili i comandi che permettono di fermare le immagini e/o di mandarle avanti (o indietro) una ad una.

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“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

 

da dove comincio? dalla “probortunity”!

Forse potrebbe chiarire qualcosa (a voi e a me stessa) raccontare come sono arrivata a considerare la fotografia alla stregua di uno strumento per il benessere, oltre che come mezzo di comunicazione e d’espressione.
Chi mi conosce nelle vesti – tanto “istituzionali” e conformi alla prassi più comune – di fotografa e docente di fotografia, di critica nonché di blogger (con  Lo Specchio Incerto), potrebbe stupirsi per quello che sembra un sostanziale cambiamento di rotta.

Se avrete la compiacenza di seguire il mio racconto (dovrei dire “i miei racconti”, visto che questo blog avrà una forma più spiccatamente narrativa) vi accorgerete però che non c’è contraddizione, ma solo evoluzione.

© Rosa Maria Puglisi

Tre anni fa ho sentito un’insopprimibile urgenza a muovere dei passi concreti verso qualcosa che fino a quel momento non ero riuscita ad afferrare. Già! Tutta concentrata com’ero su ciò che si “doveva” fare e sul modo “giusto” per farlo – su quell’unica maniera possibile di sentirsi degni membri del mondo della fotografia – avevo completamente smarrito il mio vero obiettivo. E la fotografia – triste a dirsi – cominciava a sembrarmi una specie di grande truffa del rock’n’roll! Continua a leggere da dove comincio? dalla “probortunity”!

sì esiste, ma come si chiama?

Questo blog nasce per soddisfare un mio desiderio: trovare un luogo sul web dove si parlasse di un certo tipo di fotografia. O, per meglio dire, di un certo uso della fotografia. Il motto che ho scelto per il blog è “immagini per il benessere e il cambiamento”.
Infatti, mi piacerebbe parlare e fornire informazioni, ma anche riceverne(!), su tutto ciò che riguarda la  fotografia intesa come strumento per il benessere e la crescita personale, come cura dell’anima e della psiche, come occasione per cambiare il proprio punto di vista evolvendosi.

Come si nomina in una sola parola questo concetto?

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