Tutti gli articoli di Rosa Maria Puglisi

Fotografa, critica, docente di fotografia e di fototerapia, è creatrice di "Lo Specchio Incerto" e di “In-Sight”, blog nei quali la fotografia è trattata sia nei suoi aspetti storico-critici, sia le sue potenzialità di strumento espressivo, di analisi e riconfigurazione della realtà.

LA RELAZIONE D’AIUTO NELLA DIDATTICA FOTOGRAFICA

Uno strumento per facilitare una più intima espressione e una più autentica rappresentazione di sé

1. La relazione d’aiuto

“Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, le responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé.” (Carl Rogers)
Carl Rogers nel 1951 ha definito la relazione d’aiuto come “una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo… L’altro può essere un individuo o un gruppo. In altre parole, una relazione di aiuto potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire in una o ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una maggior possibilità di espressione“.

Si parla di “relazione d’aiuto a mediazione artistica” quando ci si avvale dell’ausilio dei cosiddetti “mediatori artistici”, medium quali la pittura, il video, il collage, il teatro, la scrittura, e naturalmente la fotografia. A differenza dell’Arteterapia più propriamente detta, che si rivolge prevalentemente a situazioni di disagio emotivo, questa punta più che altro all’empowerment. Per questo motivo ha fra i suoi campi di  più proficua applicazione quello dell’istruzione/formazione.

2. Perché la Fotografia si rivela un efficace “mediatore”?

L’estetica, e ancor più la semiologia, si sono occupate di far luce su che genere di strumento per la comunicazione siano la fotografia (come medium) e le fotografie (come messaggi).
La fotografia, per citare Umberto Eco, è “una materia dell’espressione, così come lo è la voce… [e con essa] si possono costruire poi degli oggetti semiotici”.
Tali oggetti semiotici, cioè le immagini che produce, sono arbitrari; frutto di convenzioni culturali e di precise scelte da parte del fotografo, comunque vincolate dalle caratteristiche tecniche del medium. Sono un particolarissimo tipo di linguaggio.
Della realtà non sono che rappresentazione e riduzione.
La fotografia, per dirla con Emilio Garroni, “è un’elaborazione dell’immagine interna in figura”. Una riduzione anche rispetto all’immagine interna, che per dirne una è in perpetuo movimento e adattamento alle nostre esigenze di attribuzione di senso.

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© Rosa Maria Puglisi

In definitiva quello che le fotografie ci mostrano, è solo una traduzione personale di un’immagine interna (del fotografo, ma anche del fruitore) e tutto ciò che possono trasmettere sono messaggi improntati all’indeterminatezza e aperti all’interpretazione. Se la fotografia è “specchio della realtà”, non può che esserne uno specchio incerto.
La stessa mente umana, però, in quanto si avvale di strumenti come la percezione e la memoria per crearsi una propria immagine del mondo, è uno “specchio incerto” della realtà.
La realtà non è oggettiva, è “il risultato di un’operazione attiva da parte del soggetto percipiente”.
Sulla sua percezione agiscono filtri di tipo fisico, percettivo, emotivo e cognitivo.

“La persona che sta guardando la foto, ad un certo livello, sa che ciò che osserva è solo l’impronta di ciò che è avvenuto altrove; ad un altro livello, ad un altro livello la funzione di rimandare viene quasi dimenticata e, se la foto è significativa per se stessa, evocherà delle attivazioni percettive ed emotive come se la persona si ritrovasse realmente lì”. (Oliviero Rossi)

3. Quale esperienza abbiamo di noi e del mondo?

Fritz Perls teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto. Il suo punto di vista costruisce attivamente la realtà, con la quale interagisce attraverso il contatto con l’ambiente. Dai suoi studi sulla percezione e sulla psicologia della forma (Gestalt), Perls deriva l’evidenza di come ogni forma abbia una “necessità imperiosa […] che la porta a chiudersi e a completarsi”.
In termini gestaltici una forma che non si chiude è una situazione inconclusa. Il nostro continuo dare forma al reale è soggetto a una dinamica figura-sfondo, in cui i bisogni emergono di volta in volta per tornare sullo sfondo solo quando sono soddisfatti

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© Rosa Maria Puglisi

Secondo Paul Watzlawick, la nostra immagine del mondo “non è il mondo, bensì un mosaico di immagini singole, che oggi sono organizzate così, domani possono esserlo in un altro modo; un modello di modelli; un’interpretazione di interpretazioni”. Tutto cambia di continuo nel mondo reale, ma capita che ci si guardi attorno – carichi di tali e tante interpretazioni – come se ogni cosa rimanesse immutata, e mai dovesse mutare.

4. Come aiuta la fotografia  e il fotografare?

Il cristallizzarsi di immagini – e di comportamenti – un tempo funzionali ma che, mutata la situazione, non lo sono più, determina il crearsi di un “copione di vita”, che può essere vissuto con disagio, poiché l’individuo percepisce una discrepanza fra il proprio sistema di credenze, le proprie strategie di contatto con l’ambiente e le effettive risposte di quest’ultimo.

La fotografia, sentita com’è al pari di una realtà quasi percettiva, di un sogno o di un ricordo, permette di entrare in dialogo con se stessi e con la propria vita. All’interno della dimensione protetta del “come se”, attraverso opportune tecniche, consente alla persona una riconsiderazione del proprio punto di vista, un’apertura a nuove soluzioni, e una “revisione del copione di vita”.

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© Rosa Maria Puglisi

Ogni immagine fotografica è emotivamente carica o caricabile.
L’uso che se ne fa è quello di un evocatore di ricordi e racconti personali, che portano con sé un sottotesto emotivo, il quale emerge dalla verbalizzazione di quello che la persona riconosce come contenuto.

Il lavoro di fototerapia e di fotografia terapeutica può essere svolto per mezzo di tipologie diverse di foto. Judy Weiser riassume cinque categorie:

  • fotografie scattate collezionate dal cliente;
  • fotografie scattate da altri al cliente;
  • autoritratti (veri e propri, o metaforici);
  • album di famiglia e raccolte biografiche;
  • foto-proiettive

La Gestalt – ispirata alla teoria della percezione – come terapia fenomenologico esistenziale ha sviluppato strategie per intervenire non soltanto su situazioni ricollegabili alla patologia, ma anche volte ad operare sul normale funzionamento dell’individuo, per incrementarne la crescita personale, attraverso processi che sviluppano la consapevolezza e la responsabilità.

In un setting didattico, finalizzato alla formazione artistica, le tecniche della relazione d’aiuto ad orientamento gestaltico si prestano a sviluppare un percorso dove la fotografia può essere considerata al tempo stesso mezzo e fine.
Da qui l’idea di applicare queste metodologie all’ambito della formazione in fotografia, utilizzando proprio il mediatore fotografia.

Ognuno ha dentro di sé la “sua” storia. E’ questa che gli permette di cogliere la propria identità e di mettersi in relazione con gli altri.

il coniglio non ama Joseph Beuys
© Rosa Maria Puglisi

Le fotografie offrono l’opportunità di ri-vedere questa narrazione personale.
Le singole immagini scelte da una persona possono divenire elementi di un costrutto narrativo, esplicitazione di una storia personale e – in sintesi – esplicitazione di quel “senso di sé” che viene percepito come identità personale.
Come tutti i racconti, tale storia è suscettibile di variazioni nella sua organizzazione, sia all’interno della fabula, sia dell’intreccio.

La fotografia, usata come strumento di facilitazione, consente di lavorare in maniera approfondita (e protetta) sulla propria immagine di sé e sulla propria visione della realtà (sono queste due facce di una stessa medaglia: quella della narrazione di sé e del riconoscimento della propria identità), divenendo consapevoli di quanto esse siano soggettive e di cosa tale soggettività comporti.

In più la distanza del diventare spettatori di noi stessi e la dimensione del come se fosse qui ed ora, offerto dal mediatore fotografia, danno la libertà di sperimentare nuovi punti di vista, ma anche di vedere e di narrare se stessi in maniere inedite. Grazie anche al fatto di potersi confrontare attivamente con gli altri in un clima di collaborazione creativa e di sospensione del giudizio.

Dal confrontarsi con le proprie e le altrui opinioni/credenze sul “come si deve fotografare”, e – di conseguenza – dal divenire consapevoli delle proprie spinte interiori e di quegli schemi prefissati che solitamente impediscono di sperimentare possibilità diverse, scaturisce la capacità di riconoscere le proprie risorse espressive e la fiducia nel poterle mettere in atto, assumendosi la responsabilità di scegliere secondo le proprie più autentiche esigenze.

Inserire nell’insegnamento tradizionale della fotografia le strategie della relazione d’aiuto a mediazione artistica offre, dunque, agli allievi l’opportunità di venire stimolati – attraverso un approccio non direttivo – a trovare autonomamente il proprio linguaggio e la propria espressione, al di fuori di schemi già precostituiti, restando comunque ancorati ad una continua verifica della validità comunicativa ed estetica del loro lavoro.

La villa. Altra storia su cui voglio meditare

Inizio l’anno qui con un post che propone altre immagini e un’altro breve racconto ragionato. E’ come una terza (o forse quarta?) puntata della mia storia… sulle quelle intermedie tornerò magari un giorno che mi sentirò più ispirata, riguardo a ciò che per me significano.
Chissà che qualcun altro possa trovare un senso e una qualche ispirazione in questi scritti. Lo spero!

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22 Marzo 2011. Se non ci fossero i metadati delle foto a darmi questa indicazione, come quella degli orari, già non mi sarei più ricordata con precisione: probabilmente avrei detto solo che era il martedì o il mercoledì della penultima settimana di marzo, avrei ipotizzato un’ora verso pranzo. Ma sarebbe cambiato qualcosa nella sostanza? Non credo!

L’edificio che s’intravede è comunemente detto “Villa” da chi lavora al Policlinico di Monza.

Tutt’intorno c’era il verde quel giorno, un verde che ho sempre poi trovato in qualsiasi stagione ci sia andata. All’interno della Villa c’è Oncologia.
Quel 22 marzo giungevo lì dopo un mese abbondante di peregrinazioni tra un paio di grigi e opprimenti ospedali pubblici romani, dove erano arrivati a diagnosticarmi un carcinoma al seno pian piano, malgrado l’urgenza della situazione, dichiarata dai medici stessi.

Voglio dimenticare quei bui corridoi/sala d’attesa dove non sempre c’era da sedersi e dove vedevo anche gente malconcia che – come me – troppo spesso non sapeva che fare: ci veniva solo detto di “aspettare”.
I medici sembrava si facessero in quattro, e tuttavia non si veniva a capo di niente se non fra lentezze, incertezze e cupezza. Bruttissimo modo d’intraprendere e proseguire un percorso come quello oncologico, che sembra già piuttosto cupo di suo. Sorvolerò sulla totale incapacità di comunicare con i pazienti con la sensibilità che in un simile frangente essi, a ragione, si attenderebbero.

Arrivare in quel verde, trovarvi spazio, pace e luce tanto per cominciare; un luogo dove ripiegarsi tranquillamente su se stessi e far subito qualcosa, finalmente, con qualcuno che ti assiste e ti ascolta, ha fatto vacillare per fortuna tanti sentimenti confusi e angosciosi, rimettendo tutto in una giusta prospettiva: quella per cui – innanzi tutto – si possono trovare cose belle in ogni frangente, cose che aiutano veramente ad andare avanti.
Le persone che popolavano la Villa sembravano emotivamente contagiate da quell’atmosfera, fossero esse medici, infermieri o pazienti. Erano in breve tranquilli, concentrati e propositivi.
Mi vien da pensare che in certi casi le prime cure passano per i nostri occhi. La Villa e il suo giardino, popolato di animali, mi è piaciuta molto quel giorno e mi piace ancora. E’ un luogo che allora mi ha fatto sentire riconciliata; così è stato ogni volta che ci sono tornata, tante volte (in questi giorni lo farò di nuovo!).

La visione del blu di un pavone e del ventaglio della sua coda, quel giorno è stato un aprirsi alle sorprese e a nuove prospettive.

In fondo è ciò che mi ha condotto qui. La fotografia allora non è stata che un blocco di appunti dove registrare sensazioni, che tuttora piacevolmente rivivo nel mostrare queste immagini. Consapevole del fatto che ognuno di noi ci vedrà cose diverse e non necessariamente così positive come quelle che ci trovo io. Ma a me fa piacere comunque. 🙂

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RACCONTO DI NATALE

Una storia e un’immagine da interpretare…
In realtà una scusa per farvi i miei auguri di buone feste: il mio augurio è che possiate guardare al mondo con occhi sempre nuovi e che riusciate a cogliere in ogni cosa molteplici e persino contraddittori aspetti.

Buona lettura!
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Il 24 dicembre di quattro anni fa, al termine della cena di vigilia, ho estratto dal cestino della frutta secca una noce. Era particolare: tripartita e con il gheriglio a sei lobi.
Due fra i commensali presenti, una coppia di tedeschi di una certa età, avendo esaminato con attenzione il cestino in cerca di un’altra “sonder Wallnuss” (noce speciale) e constatato che quella in mano mia era la sola, si sono allora detti convinti che quello fosse un segno, un presagio per me. E infatti lo era.
Ma che tipo di segno? Cosa avevo in mano?
Un frutto cresciuto in maniera anomala, le cui cellule si erano insolitamente replicate per dar forma a qualcosa d’incongruo rispetto alla norma.
Col senno di poi, avrei colto un riferimento piuttosto letterale ad una situazione che per me era ancora ignota. Ma in quel momento mi bastava credere che aver preso quel frutto strambo mi avrebbe portato fortuna. Non ho mangiato la noce, ho preferito metterla in tasca.
Circa due mesi dopo mi è stato diagnosticato un cancro al seno. La “sonder” noce a quel punto ha acquistato ai miei occhi il senso di un cattivo omen, una noce del cattivo augurio.
Il 10 aprile, a qualche giorno dalla seconda chemio, i capelli non erano ancora caduti; ho deciso di schiacciare la noce e fotografarla.E in quel momento ho cominciato a pensare che in realtà era davvero stata una noce portafortuna.

PSPF: una conversazione con Antonello Turchetti

Dal 14 al 23 Novembre si svolgerà a Perugia l’atteso Perugia Social Photo Fest (PSPF),  manifestazione di punta che indaga le accezioni della fotografia più strettamente connesse alla fototerapia, alla fotografia terapeutica, ad una fotografia intesa come strumento di positivo cambiamento sociale e individuale.
Ho pensato che vi sarebbe piaciuto sentirne parlare direttamente dal suo organizzatore e direttore artistico, Antonello Turchetti. Ecco qui, dunque, la sintesi di una ben più lunga chiacchierata che abbiamo fatto sul festival.

Antonello Turchetti al PSPF 2013
Antonello Turchetti al PSPF 2013

– Il PSPF giunge quest’anno alla terza edizione e appare in continua evoluzione, ogni anno più ricco. Quali nuove sfide si prospettano?

Il festival è nato con l’idea d’innescare e portare avanti un cambiamento sociale. La scorsa edizione ha incontrato un grande successo di pubblico e ciò ci ha incoraggiati ad ampliare i nostri progetti.
E’ stato, dunque, fatto un intenso lavoro non solo per mantenere viva l’attenzione sul festival durante tutto l’anno, ma soprattutto per portare avanti un pensiero e un’azione. Per questo abbiamo aperto la sezione Spazio Lab con i suoi laboratori. Abbiamo poi avviato un progetto come Cosmorama, che è precursore di un vero e proprio mettere in rete esperienze legate alla fototerapia e alla fotografia terapeutica.
Per il prossimo futuro la prospettiva è quella di allargare ulteriormente le attività, aprendo a un territorio umano più ampio, che può essere l’Italia come l’Europa, e facendo sì che quanto verrà prodotto diventi materiale di riflessione e vada a integrare il programma del festival successivo.
Un primo risultato sono i numeri importanti della partecipazione alla “Call for entry”, che mi auguro attireranno una maggiore attenzione da parte dei finanziatori pubblici e privati.

© Giovanni  Cocco
© Giovanni Cocco

– Immagino che le difficoltà che si presentano a chi deve portare avanti un progetto tanto articolato siano davvero molte. Qual è stata la più grossa?

La difficoltà più grossa è il reperimento dei fondi. Nonostante ciò, anche quest’anno stiamo preparando un festival di alta qualità, che non è una semplice vetrina di mostre fotografiche, ma piuttosto un momento di vero approfondimento e d’incontro a più livelli.
Con enorme sacrificio abbiamo reso tutti gli eventi gratuiti, a parte i workshop che comunque hanno un prezzo contenuto; e addirittura chi voglia partecipare a tutti e tre i workshop a carattere introduttivo – cioè quelli di Oliviero Rossi, di Judy Weiser, di Lucia Cumpostu – pagherà solo 50 €.
Di questi risultati devo dare merito a tutte le persone che ruotano intorno all’evento. Il festival è davvero un’entità, composta da tante persone che – in diversa misura – collaborano: da coloro che concretamente mi supportano agli artisti che decidono di venire al festival senza un cachet, perché sostengono l’attività del festival; dalle persone che ci danno 10 € per la raccolta fondi a quelle che ci dicono: “Avete cambiato la mia vita. Vi sosterrò sempre!”.

– Com’è nata l’idea del tema di quest’anno? La resistenza può essere intesa come un tener duro o come un semplice opporsi bloccando, tanto nella propria esperienza individuale quotidiana che a livello sociale.

Il discorso, portato avanti a più livelli, è stato in realtà quello della resilienza: esaminando come l’arte – non necessariamente solo il linguaggio fotografico – possa essere uno strumento di resistenza/resilienza; pensando all’incontro con emergency e a tutta una serie di attività di formazione per il pubblico, che vanno dalla conferenza, all’incontro, ai workshop.

© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil
© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil

La resistenza – intesa appunto come resilienza – è molte cose. E’ una resistenza della società, oltre che del singolo. Si parla di resilienza sociale quando la collettività affronta un periodo difficile ed è proprio quello che stiamo vivendo.
“Resisto” è diventata, dunque, la parola chiave di quest’edizione, il suo “concept”, ma tutto si basa sul concetto di resilienza. E il resistere, in un simile contesto, è inteso come un trasformare ciò che in questo momento è negativo in qualcosa di positivo. Ciò di cui parliamo è una resistenza attiva e compartecipe, un unire le forze, non un semplice opporsi. E’ un dire: “Questo è il dato di fatto; questa è la risorsa di cui dispongo al momento!”. Non si tratta tanto di cambiare tutt’a un tratto l’esterno, quanto di costruire cambiando il mio atteggiamento verso l’esterno. Le persone resilienti non sono supereroi, ma persone che quotidianamente procedono.

– La parola “resisto” contiene in sé “esisto”. Quest’esistere è pensato, dunque, come un divenire, un trasformarsi, piuttosto che un puro esserci, basato sull’identità?

La scelta di quella parola, infatti, dipende anche dal fatto che ha in sé la parola “esisto”. Del resto il resistere può essere pensato come un esistere fondato sulla resilienza.
Resistere ed esistere, vanno insieme, al punto che la presa di coscienza di chi siamo e delle nostre potenzialità è il primo passo verso la resilienza. Non possiamo essere resilienti se non accettiamo la nostra esistenza, perché accettarla significa capire quali sono le nostre risorse.
Rispetto al festival poi esistenza è un dare letteralmente visibilità e voce a quelle realtà che in un modo o nell’altro possono essere nascoste o che sono raccontate solo in determinate circostanze, altrimenti sembrano non esserci non avendo la possibilità di parlare.

© Irina Popova
© Irina Popova

Come nel caso di “another family”, la mostra di Irina Popova, in cui l’umanità di un tossicodipendente viene rappresentata nella sua interezza al di là dei tipici quadri di giudizio, che porterebbero a una condanna sociale. Il protagonista del lavoro di Irina non è “solo un tossicodipendente” è un essere umano, con una sua vita non in sintonia e non collocabile; fatto che nulla toglie alla sua umanità. L’esistenza di quell’uomo appare come qualcosa nel qui e ora, ma diventa pure un qualcosa in divenire nel momento in cui anche una sola delle persone che verranno a vedere il festival riuscirà a comprendere questa sfumatura di senso.
“Per coltivare l’umanità bisogna essere legati agli altri esseri umani e riconoscerli”: questa è la chiave di lettura del festival.

– Come avete selezionato i lavori da presentare in mostra?

Su 117 lavori, arrivati da tutto il mondo, abbiamo selezionato 4 progetti. La scelta è stata ardua, ed era mirata all’individuazione di progetti che contenessero un messaggio chiaro e preciso concernente l’utilizzo terapeutico della fotografia. L’idea era premiare progetti che avessero anche una precisa metodologia di approccio, al di là del valore prettamente estetico o concettuale delle immagini.

© Marika Delila Bertoni
© Marika Delila Bertoni

In particolare uno dei lavori premiati nella sezione fotografia terapeutica, quello di Marika Delila Bertoni, pur avendo fortissimi connotati artistici ed estetici, era diverso da altri progetti, perché era già strutturato come metodo di lavoro; e ci abbiamo visto una potenzialità non solo per lei stessa. Altri progetti, invece, per quanto avessero di certo avuto un forte impatto terapeutico nei loro autori, non erano altrettanto validi nel veicolare il discorso dell’applicazione della fotografia come preciso strumento di terapia o di benessere personale. C’è grandissima confusione riguardo ai concetti di fototerapia e di fotografia terapeutica.

– In quell’accezione la fotografia è soprattutto uno strumento di cambiamento, personale e non solo, non è vista in quanto portatrice di messaggi estetici o artistici fine a se stessi.

A prescindere dal fatto che la componente estetica sia presente, essa la fotografia diventa un veicolo per comunicare ed esprimersi, non un fine. La fotografia sociale, in questa logica, acquista un significato molto ampio ed esteso.
Ci sono lavori, come quello di Jay Sullivan, che hanno grande valore estetico secondo me; e la sua ricerca è stata sicuramente terapeutica per lui in prima persona, ma è allo stesso tempo una grandissima riflessione a livello universale: rappresenta qualcosa che tutti hanno fatto dopo la perdita di una persona che possono aver amato o odiato, ma che gli ha dato la vita.

© Jay Sullivan
© Jay Sullivan

Loredana De Pace e Fausto Podavini non hanno avuto un attimo di esitazione: per quanto essi siano immersi nel mondo della fotografia più che rivolti a un’attenzione terapeutica, l’impatto emotivo di quel lavoro è stato grande anche su di loro.
L’anno scorso Podavini aveva esposto al festival per lo stesso motivo: non tanto perché avesse vinto il Worldpress Photo, quanto perché il suo lavoro affrontava in un certo modo la tematica dell’Alzheimer. Accanto al suo lavoro, fotograficamente impeccabile, oltretutto, avevamo presentato quello di Alessia Lombardi, la quale aveva proposto un lavoro fotograficamente piuttosto debole, ma di una potenza emotivamente inaudita. Aveva rappresentato l’Alzheimer di sua madre cercando di ricreare la confusione temporale che questa sperimentava attraverso uno stratagemma: quello di porre davanti all’obiettivo della fotocamera la lente di un caleidoscopio, il primo giocattolo che la madre le aveva regalato.
Il tipo di scelta che operiamo mira a far sì che uno spettatore medio, avvicinandosi al festival senza particolari strumenti, rimanga colpito da una mostra e ne esca con una nuova suggestione. Intendiamo aprire questioni, non dare risposte, perché ognuno trovi la propria: questo è il nostro obiettivo.
E’ ovvio che poi si debba mettere in conto anche la costruzione estetica del festival, ma la nostra attenzione è rivolta principalmente alla fotografia come strumento di riflessione sociale.

© Simone Cerio (parallelozero)
© Simone Cerio (parallelozero)

– Alla fine di questa chiacchierata, vorrei chiederti se c’è una domanda che vorresti ti fosse fatta?

Forse, semplicemente, un “come ti senti?”. O meglio vorrei che qualcuno s’informasse su come vivo tutto questo: l’essere il presidente, l’ideatore, quello che comunque deve avere sempre le energie per portare avanti le progettualità messe in campo.
Spesso divento l’emblema di una realtà, ma sfugge che uno possa avere anche una parte debole. Talora mi faccio domande su tutto questo percorso, che parla tanto di me, è un mio percorso di vita. Capita che io di notte mi svegli chiedendomi perché lo faccio, perché spendo tante energie togliendole ogni giorno alla mia vita privata. Ma poi ricevo l’email di qualcuno che mi dice: “Continua perché quello che ha portato nella mia vita il festival è qualcosa d’importante, continua perché può cambiare la vita ad altre persone…”.
Se penso a questo, e a quanto può ancora crescere il festival – non come contenitore di fotografie ma come contenitore di opportunità, di realtà progettuali, di incontri, di cambiamenti – mi commuovo. Così anche se ho paura, viste le difficoltà, che tutto questo potrebbe finire, pensando a tutto il bene che produce a tante persone e a tanti livelli, “resisto”.

Qui una versione in lingua inglese (grazie a Judy Weiser!):
Interview in English

© Matej Peljan
© Matej Peljan

Jennifer Loeber: “Left Behind”

Che succede quando un recente lutto trasforma la vista di qualsiasi cosa appartenuta alla persona mancata in un tormento per il nostro cuore?

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Ce ne parla Jennifer Loeber: “Mi sono trovata sopraffatta dentro dalla necessità di mantenere anche il più banale dei beni di mia madre quando è morta improvvisamente lo scorso febbraio; anziché darmi conforto e bei ricordi, essi erano diventati fonte di profonda tristezza e di ansia, e sapevo che l’unico modo in cui sarei stata in grado di superare tutto ciò sarebbe stato il mettere a fuoco un modo per interagire con essi catarticamente”.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Da queste premesse nasce un lavoro fotografico dal titolo emblematico: “Left Behind”.
L’ispirazione – racconta ancora l’autrice – le sarebbe venuta da Instagram, avendo notato come usare gli aspetti casuali della condivisione di questa applicazione diventava uno strumento in grado di depotenziare i forti sentimenti che provava verso gli oggetti “lasciati dietro” da sua madre.

Il passo successivo è stato quello di confrontare questi oggetti quotidiani con i ricordi che essi le evocavano, di rileggerli alla luce dei ricordi, anziché della mancanza.
Per far questo crea dei dittici in cui accoppia ad ogni ripresa attuale, fortemente oggettiva, di ciascun effetto personale una foto tratta dall’album di famiglia, creando un confronto dialettico immediato (lampante e non mediato dalle parole) fra ciò che è e ciò che è stato.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

E’ interessante confrontare quest’opera della fotografa newyorkese con la serie “Madre” della spagnola Beatriz Ruibal (ne ho recentemente scritto qui).
I due approcci, molto diversi fra loro, sottendono infatti la medesima intenzione, quella di trovar sollievo dal dolore di una perdita. E sono due strategie concettuali e artistiche diverse, che nascono dalla stessa certezza: la fotografia è in grado di metterci in relazione con la realtà rendendoci più accettabile una sofferenza. Perché il fotografare – così come il guardare le fotografie – è “ricostruire” la realtà.
E’ ciò che puntualmente fanno entrambe, ma curiosamente ciascuna di loro sceglie  di spostarsi lungo un verso differente sulla traiettoria del tempo.© Jennifer Loeber

© Jennifer Loeber

Da un lato Ruibal, che cerca di muovere oltrepassando la contingenza verso il nuovo e, quindi, apre al futuro; dall’altro Loeber, che si volge con determinazione al passato.
Così, mentre la fotografa spagnola si avvicina agli oggetti quotidiani della madre morta trasformandoli in una sorta di patchwork evocativo e astratto al tempo stesso, col risultato di razionalizzare quegli oggetti, ma anche di riassemblarli in qualcosa di “altro” da quel che erano, per cui la perdita sembrerebbe risarcita dalla creazione di un nuovo “oggetto” e di un nuovo senso; la fotografa newyorkese – invece – sceglie di ricontattare il significato originario delle cose: non di traghettarle in un territorio – quello dell’arte – affatto diverso, ma piuttosto di gettare un ponte verso il passato per restituirle a se stesse, in un certo senso scindendole dal dolore presente, e per arricchirle della dolcezza tipica del bel tempo passato.
Due strategie diverse che ci fanno molto riflettere su come ognuno possa trovare la strada che più gli è congeniale, in fotografia come nella propria esistenza.

Family Ties: Reframing Memory

Dal 3 al 25 luglio 2014. Londra
Exif_JPEG_PICTUREFamily Ties: Reframing Memory . (Mostra fotografica collettiva)

Come possiamo leggere la memoria in relazione alla famiglia, e come potremmo mettere in atto queste memorie attraverso la pratica artistica? Questa mostra collettiva affronta la rappresentazione della memoria familiare attraverso le opere fotografiche, video e audio di sei artisti. Family Ties: Reframing Memory  esplora gli aspetti agrodolci di una nostalgia riflessiva, ma considera anche i conflitti e le contraddizioni insiti nell’atto del ricordare.

Presso “The Peltz Gallery”, Birkbeck, University of London, 43 Gordon Square, London WC1H OPD
(Lun-ven ore 10-19)

Per maggiori informazioni CLICCA QUI

Essere parte del mondo

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Il 22 aprile 2014, in occasione della Giornata della Terra, la NASA ha pensato di porre una domanda alla popolazione mondiale: “Proprio in questo istante dove ti trovi sulla Terra?”.
Chiunque aveva possibilità di rispondere postando un selfie su socialnetwork come Twitter, Instagram, Facebook, Google+ and Flickr.
Ne è nato una sorta d’immenso e variegato autoritratto dell’umanità, costituito da 36.422 selfie provenienti da 113 paesi; ricomposto in un mosaico globale di 3.2 gigapixel e trasformato nelle due proiezioni del mondo che vedete sopra.
Sicuramente il più imponente progetto di fotografia collaborativa, fa sorgere in me un paio di riflessioni forse un po’ contraddittorie.

La prima riguarda proprio il concetto di collaborazione.
Infatti fino a che punto può ritenersi collaborativo l’atto di volgere verso di sé uno smartphon, un Ipad, una compattina digitale, ecc. e postare la foto così prodotta su un sito “social”?
Certamente si tratta di un atto socializzante, almeno nell’apparenza, e  al di là del fatto che talora queste esternazioni possano sembrarci piuttosto autoreferenziali. Ma è anche da ritenersi collaborativo? In altre parole, le persone che hanno risposto alla NASA lo hanno fatto pensando di costruire qualcosa insieme?

Un’altra considerazione riguarda il concetto stesso di selfie, ovviamente. E’ difficile definire come un atto puramente fotografico quello di scattarsi un selfie!
Fenomeno di moda globale, e globalizzante, quello di questa specie di “autoritratti semplificati” che impazzano sui (e grazie ai) vari network amicali online, sembra riguardare più una personale esigenza performativa che un atto meditato. Un’attestazione di presenza.
Per citare Joan Fontcuberta: “le foto non servono più a immagazzinare ricordi, né a essere conservate. Servono come esclamazioni di vitalità, come estensioni di esperienze che vengono trasmesse, condivise, e poi scompaiono, mentalmente e/o fisicamente”.

Eppure in un progetto di tale portata ciò che conta è il risultato.
Come certi flash mob, che non hanno in fondo altro motivo che quello di far sentire la gente parte di una comunità, di un qualcosa di più grande e condivisibile, in me desta stupore e persino commozione.
Voi che ne pensate?