La villa. Altra storia su cui voglio meditare

Inizio l’anno qui con un post che propone altre immagini e un’altro breve racconto ragionato. E’ come una terza (o forse quarta?) puntata della mia storia… sulle quelle intermedie tornerò magari un giorno che mi sentirò più ispirata, riguardo a ciò che per me significano.
Chissà che qualcun altro possa trovare un senso e una qualche ispirazione in questi scritti. Lo spero!

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22 Marzo 2011. Se non ci fossero i metadati delle foto a darmi questa indicazione, come quella degli orari, già non mi sarei più ricordata con precisione: probabilmente avrei detto solo che era il martedì o il mercoledì della penultima settimana di marzo, avrei ipotizzato un’ora verso pranzo. Ma sarebbe cambiato qualcosa nella sostanza? Non credo!

L’edificio che s’intravede è comunemente detto “Villa” da chi lavora al Policlinico di Monza.

Tutt’intorno c’era il verde quel giorno, un verde che ho sempre poi trovato in qualsiasi stagione ci sia andata. All’interno della Villa c’è Oncologia.
Quel 22 marzo giungevo lì dopo un mese abbondante di peregrinazioni tra un paio di grigi e opprimenti ospedali pubblici romani, dove erano arrivati a diagnosticarmi un carcinoma al seno pian piano, malgrado l’urgenza della situazione, dichiarata dai medici stessi.

Voglio dimenticare quei bui corridoi/sala d’attesa dove non sempre c’era da sedersi e dove vedevo anche gente malconcia che – come me – troppo spesso non sapeva che fare: ci veniva solo detto di “aspettare”.
I medici sembrava si facessero in quattro, e tuttavia non si veniva a capo di niente se non fra lentezze, incertezze e cupezza. Bruttissimo modo d’intraprendere e proseguire un percorso come quello oncologico, che sembra già piuttosto cupo di suo. Sorvolerò sulla totale incapacità di comunicare con i pazienti con la sensibilità che in un simile frangente essi, a ragione, si attenderebbero.

Arrivare in quel verde, trovarvi spazio, pace e luce tanto per cominciare; un luogo dove ripiegarsi tranquillamente su se stessi e far subito qualcosa, finalmente, con qualcuno che ti assiste e ti ascolta, ha fatto vacillare per fortuna tanti sentimenti confusi e angosciosi, rimettendo tutto in una giusta prospettiva: quella per cui – innanzi tutto – si possono trovare cose belle in ogni frangente, cose che aiutano veramente ad andare avanti.
Le persone che popolavano la Villa sembravano emotivamente contagiate da quell’atmosfera, fossero esse medici, infermieri o pazienti. Erano in breve tranquilli, concentrati e propositivi.
Mi vien da pensare che in certi casi le prime cure passano per i nostri occhi. La Villa e il suo giardino, popolato di animali, mi è piaciuta molto quel giorno e mi piace ancora. E’ un luogo che allora mi ha fatto sentire riconciliata; così è stato ogni volta che ci sono tornata, tante volte (in questi giorni lo farò di nuovo!).

La visione del blu di un pavone e del ventaglio della sua coda, quel giorno è stato un aprirsi alle sorprese e a nuove prospettive.

In fondo è ciò che mi ha condotto qui. La fotografia allora non è stata che un blocco di appunti dove registrare sensazioni, che tuttora piacevolmente rivivo nel mostrare queste immagini. Consapevole del fatto che ognuno di noi ci vedrà cose diverse e non necessariamente così positive come quelle che ci trovo io. Ma a me fa piacere comunque. 🙂

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