PSPF: una conversazione con Antonello Turchetti

IORESISTO
Dal 14 al 23 Novembre si svolgerà a Perugia l’atteso Perugia Social Photo Fest (PSPF),  manifestazione di punta che indaga le accezioni della fotografia più strettamente connesse alla fototerapia, alla fotografia terapeutica, ad una fotografia intesa come strumento di positivo cambiamento sociale e individuale.
Ho pensato che vi sarebbe piaciuto sentirne parlare direttamente dal suo organizzatore e direttore artistico, Antonello Turchetti. Ecco qui, dunque, la sintesi di una ben più lunga chiacchierata che abbiamo fatto sul festival.

Antonello Turchetti al PSPF 2013
Antonello Turchetti al PSPF 2013

– Il PSPF giunge quest’anno alla terza edizione e appare in continua evoluzione, ogni anno più ricco. Quali nuove sfide si prospettano?

Il festival è nato con l’idea d’innescare e portare avanti un cambiamento sociale. La scorsa edizione ha incontrato un grande successo di pubblico e ciò ci ha incoraggiati ad ampliare i nostri progetti.
E’ stato, dunque, fatto un intenso lavoro non solo per mantenere viva l’attenzione sul festival durante tutto l’anno, ma soprattutto per portare avanti un pensiero e un’azione. Per questo abbiamo aperto la sezione Spazio Lab con i suoi laboratori. Abbiamo poi avviato un progetto come Cosmorama, che è precursore di un vero e proprio mettere in rete esperienze legate alla fototerapia e alla fotografia terapeutica.
Per il prossimo futuro la prospettiva è quella di allargare ulteriormente le attività, aprendo a un territorio umano più ampio, che può essere l’Italia come l’Europa, e facendo sì che quanto verrà prodotto diventi materiale di riflessione e vada a integrare il programma del festival successivo.
Un primo risultato sono i numeri importanti della partecipazione alla “Call for entry”, che mi auguro attireranno una maggiore attenzione da parte dei finanziatori pubblici e privati.

© Giovanni  Cocco
© Giovanni Cocco

– Immagino che le difficoltà che si presentano a chi deve portare avanti un progetto tanto articolato siano davvero molte. Qual è stata la più grossa?

La difficoltà più grossa è il reperimento dei fondi. Nonostante ciò, anche quest’anno stiamo preparando un festival di alta qualità, che non è una semplice vetrina di mostre fotografiche, ma piuttosto un momento di vero approfondimento e d’incontro a più livelli.
Con enorme sacrificio abbiamo reso tutti gli eventi gratuiti, a parte i workshop che comunque hanno un prezzo contenuto; e addirittura chi voglia partecipare a tutti e tre i workshop a carattere introduttivo – cioè quelli di Oliviero Rossi, di Judy Weiser, di Lucia Cumpostu – pagherà solo 50 €.
Di questi risultati devo dare merito a tutte le persone che ruotano intorno all’evento. Il festival è davvero un’entità, composta da tante persone che – in diversa misura – collaborano: da coloro che concretamente mi supportano agli artisti che decidono di venire al festival senza un cachet, perché sostengono l’attività del festival; dalle persone che ci danno 10 € per la raccolta fondi a quelle che ci dicono: “Avete cambiato la mia vita. Vi sosterrò sempre!”.

– Com’è nata l’idea del tema di quest’anno? La resistenza può essere intesa come un tener duro o come un semplice opporsi bloccando, tanto nella propria esperienza individuale quotidiana che a livello sociale.

Il discorso, portato avanti a più livelli, è stato in realtà quello della resilienza: esaminando come l’arte – non necessariamente solo il linguaggio fotografico – possa essere uno strumento di resistenza/resilienza; pensando all’incontro con emergency e a tutta una serie di attività di formazione per il pubblico, che vanno dalla conferenza, all’incontro, ai workshop.

© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil
© Camilla Urso ed Ekin Bayurgil

La resistenza – intesa appunto come resilienza – è molte cose. E’ una resistenza della società, oltre che del singolo. Si parla di resilienza sociale quando la collettività affronta un periodo difficile ed è proprio quello che stiamo vivendo.
“Resisto” è diventata, dunque, la parola chiave di quest’edizione, il suo “concept”, ma tutto si basa sul concetto di resilienza. E il resistere, in un simile contesto, è inteso come un trasformare ciò che in questo momento è negativo in qualcosa di positivo. Ciò di cui parliamo è una resistenza attiva e compartecipe, un unire le forze, non un semplice opporsi. E’ un dire: “Questo è il dato di fatto; questa è la risorsa di cui dispongo al momento!”. Non si tratta tanto di cambiare tutt’a un tratto l’esterno, quanto di costruire cambiando il mio atteggiamento verso l’esterno. Le persone resilienti non sono supereroi, ma persone che quotidianamente procedono.

– La parola “resisto” contiene in sé “esisto”. Quest’esistere è pensato, dunque, come un divenire, un trasformarsi, piuttosto che un puro esserci, basato sull’identità?

La scelta di quella parola, infatti, dipende anche dal fatto che ha in sé la parola “esisto”. Del resto il resistere può essere pensato come un esistere fondato sulla resilienza.
Resistere ed esistere, vanno insieme, al punto che la presa di coscienza di chi siamo e delle nostre potenzialità è il primo passo verso la resilienza. Non possiamo essere resilienti se non accettiamo la nostra esistenza, perché accettarla significa capire quali sono le nostre risorse.
Rispetto al festival poi esistenza è un dare letteralmente visibilità e voce a quelle realtà che in un modo o nell’altro possono essere nascoste o che sono raccontate solo in determinate circostanze, altrimenti sembrano non esserci non avendo la possibilità di parlare.

© Irina Popova
© Irina Popova

Come nel caso di “another family”, la mostra di Irina Popova, in cui l’umanità di un tossicodipendente viene rappresentata nella sua interezza al di là dei tipici quadri di giudizio, che porterebbero a una condanna sociale. Il protagonista del lavoro di Irina non è “solo un tossicodipendente” è un essere umano, con una sua vita non in sintonia e non collocabile; fatto che nulla toglie alla sua umanità. L’esistenza di quell’uomo appare come qualcosa nel qui e ora, ma diventa pure un qualcosa in divenire nel momento in cui anche una sola delle persone che verranno a vedere il festival riuscirà a comprendere questa sfumatura di senso.
“Per coltivare l’umanità bisogna essere legati agli altri esseri umani e riconoscerli”: questa è la chiave di lettura del festival.

– Come avete selezionato i lavori da presentare in mostra?

Su 117 lavori, arrivati da tutto il mondo, abbiamo selezionato 4 progetti. La scelta è stata ardua, ed era mirata all’individuazione di progetti che contenessero un messaggio chiaro e preciso concernente l’utilizzo terapeutico della fotografia. L’idea era premiare progetti che avessero anche una precisa metodologia di approccio, al di là del valore prettamente estetico o concettuale delle immagini.

© Marika Delila Bertoni
© Marika Delila Bertoni

In particolare uno dei lavori premiati nella sezione fotografia terapeutica, quello di Marika Delila Bertoni, pur avendo fortissimi connotati artistici ed estetici, era diverso da altri progetti, perché era già strutturato come metodo di lavoro; e ci abbiamo visto una potenzialità non solo per lei stessa. Altri progetti, invece, per quanto avessero di certo avuto un forte impatto terapeutico nei loro autori, non erano altrettanto validi nel veicolare il discorso dell’applicazione della fotografia come preciso strumento di terapia o di benessere personale. C’è grandissima confusione riguardo ai concetti di fototerapia e di fotografia terapeutica.

– In quell’accezione la fotografia è soprattutto uno strumento di cambiamento, personale e non solo, non è vista in quanto portatrice di messaggi estetici o artistici fine a se stessi.

A prescindere dal fatto che la componente estetica sia presente, essa la fotografia diventa un veicolo per comunicare ed esprimersi, non un fine. La fotografia sociale, in questa logica, acquista un significato molto ampio ed esteso.
Ci sono lavori, come quello di Jay Sullivan, che hanno grande valore estetico secondo me; e la sua ricerca è stata sicuramente terapeutica per lui in prima persona, ma è allo stesso tempo una grandissima riflessione a livello universale: rappresenta qualcosa che tutti hanno fatto dopo la perdita di una persona che possono aver amato o odiato, ma che gli ha dato la vita.

© Jay Sullivan
© Jay Sullivan

Loredana De Pace e Fausto Podavini non hanno avuto un attimo di esitazione: per quanto essi siano immersi nel mondo della fotografia più che rivolti a un’attenzione terapeutica, l’impatto emotivo di quel lavoro è stato grande anche su di loro.
L’anno scorso Podavini aveva esposto al festival per lo stesso motivo: non tanto perché avesse vinto il Worldpress Photo, quanto perché il suo lavoro affrontava in un certo modo la tematica dell’Alzheimer. Accanto al suo lavoro, fotograficamente impeccabile, oltretutto, avevamo presentato quello di Alessia Lombardi, la quale aveva proposto un lavoro fotograficamente piuttosto debole, ma di una potenza emotivamente inaudita. Aveva rappresentato l’Alzheimer di sua madre cercando di ricreare la confusione temporale che questa sperimentava attraverso uno stratagemma: quello di porre davanti all’obiettivo della fotocamera la lente di un caleidoscopio, il primo giocattolo che la madre le aveva regalato.
Il tipo di scelta che operiamo mira a far sì che uno spettatore medio, avvicinandosi al festival senza particolari strumenti, rimanga colpito da una mostra e ne esca con una nuova suggestione. Intendiamo aprire questioni, non dare risposte, perché ognuno trovi la propria: questo è il nostro obiettivo.
E’ ovvio che poi si debba mettere in conto anche la costruzione estetica del festival, ma la nostra attenzione è rivolta principalmente alla fotografia come strumento di riflessione sociale.

© Simone Cerio (parallelozero)
© Simone Cerio (parallelozero)

– Alla fine di questa chiacchierata, vorrei chiederti se c’è una domanda che vorresti ti fosse fatta?

Forse, semplicemente, un “come ti senti?”. O meglio vorrei che qualcuno s’informasse su come vivo tutto questo: l’essere il presidente, l’ideatore, quello che comunque deve avere sempre le energie per portare avanti le progettualità messe in campo.
Spesso divento l’emblema di una realtà, ma sfugge che uno possa avere anche una parte debole. Talora mi faccio domande su tutto questo percorso, che parla tanto di me, è un mio percorso di vita. Capita che io di notte mi svegli chiedendomi perché lo faccio, perché spendo tante energie togliendole ogni giorno alla mia vita privata. Ma poi ricevo l’email di qualcuno che mi dice: “Continua perché quello che ha portato nella mia vita il festival è qualcosa d’importante, continua perché può cambiare la vita ad altre persone…”.
Se penso a questo, e a quanto può ancora crescere il festival – non come contenitore di fotografie ma come contenitore di opportunità, di realtà progettuali, di incontri, di cambiamenti – mi commuovo. Così anche se ho paura, viste le difficoltà, che tutto questo potrebbe finire, pensando a tutto il bene che produce a tante persone e a tanti livelli, “resisto”.

Qui una versione in lingua inglese (grazie a Judy Weiser!):
Interview in English

© Matej Peljan
© Matej Peljan
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