Jennifer Loeber: “Left Behind”

Che succede quando un recente lutto trasforma la vista di qualsiasi cosa appartenuta alla persona mancata in un tormento per il nostro cuore?

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Ce ne parla Jennifer Loeber: “Mi sono trovata sopraffatta dentro dalla necessità di mantenere anche il più banale dei beni di mia madre quando è morta improvvisamente lo scorso febbraio; anziché darmi conforto e bei ricordi, essi erano diventati fonte di profonda tristezza e di ansia, e sapevo che l’unico modo in cui sarei stata in grado di superare tutto ciò sarebbe stato il mettere a fuoco un modo per interagire con essi catarticamente”.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

Da queste premesse nasce un lavoro fotografico dal titolo emblematico: “Left Behind”.
L’ispirazione – racconta ancora l’autrice – le sarebbe venuta da Instagram, avendo notato come usare gli aspetti casuali della condivisione di questa applicazione diventava uno strumento in grado di depotenziare i forti sentimenti che provava verso gli oggetti “lasciati dietro” da sua madre.

Il passo successivo è stato quello di confrontare questi oggetti quotidiani con i ricordi che essi le evocavano, di rileggerli alla luce dei ricordi, anziché della mancanza.
Per far questo crea dei dittici in cui accoppia ad ogni ripresa attuale, fortemente oggettiva, di ciascun effetto personale una foto tratta dall’album di famiglia, creando un confronto dialettico immediato (lampante e non mediato dalle parole) fra ciò che è e ciò che è stato.

© Jennifer Loeber
© Jennifer Loeber

E’ interessante confrontare quest’opera della fotografa newyorkese con la serie “Madre” della spagnola Beatriz Ruibal (ne ho recentemente scritto qui).
I due approcci, molto diversi fra loro, sottendono infatti la medesima intenzione, quella di trovar sollievo dal dolore di una perdita. E sono due strategie concettuali e artistiche diverse, che nascono dalla stessa certezza: la fotografia è in grado di metterci in relazione con la realtà rendendoci più accettabile una sofferenza. Perché il fotografare – così come il guardare le fotografie – è “ricostruire” la realtà.
E’ ciò che puntualmente fanno entrambe, ma curiosamente ciascuna di loro sceglie  di spostarsi lungo un verso differente sulla traiettoria del tempo.© Jennifer Loeber

© Jennifer Loeber

Da un lato Ruibal, che cerca di muovere oltrepassando la contingenza verso il nuovo e, quindi, apre al futuro; dall’altro Loeber, che si volge con determinazione al passato.
Così, mentre la fotografa spagnola si avvicina agli oggetti quotidiani della madre morta trasformandoli in una sorta di patchwork evocativo e astratto al tempo stesso, col risultato di razionalizzare quegli oggetti, ma anche di riassemblarli in qualcosa di “altro” da quel che erano, per cui la perdita sembrerebbe risarcita dalla creazione di un nuovo “oggetto” e di un nuovo senso; la fotografa newyorkese – invece – sceglie di ricontattare il significato originario delle cose: non di traghettarle in un territorio – quello dell’arte – affatto diverso, ma piuttosto di gettare un ponte verso il passato per restituirle a se stesse, in un certo senso scindendole dal dolore presente, e per arricchirle della dolcezza tipica del bel tempo passato.
Due strategie diverse che ci fanno molto riflettere su come ognuno possa trovare la strada che più gli è congeniale, in fotografia come nella propria esistenza.

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