Beatriz Ruibal: “Madre”

Come di consueto è in corso a Madrid PHotoEspaña, festival di fotografia e arti visive, che proseguirà fino al 27 luglio.
A differenza delle precedenti edizioni, quella presente non si dipana attorno a un tema particolare, perché s’inaugura una nuova formula, che privilegerà l’agglutinarsi di una maggiore varietà di proposte curatoriali, cui solo filo conduttore sarà la provenienza geografica degli autori. S’inizia quest’anno proprio con la fotografia spagnola.

Nella vasta scelta di mostre mi colpisce – per quelli che sono i suoi rimandi ai temi di cui questo blog vorrebbe trattare – la presenza in una collettiva, dal titolo “En el Recuerdo” – degli scatti di Beatriz Ruibal.
Le sue immagini appartengono tutte alla stessa serie: “Madre”.

18-madre
Inaugurazione MADRE, Beatriz Ruibal 2012

Beatriz Ruibal ne parla così: “Con la morte di mia madre […] ho deciso di fotografare i suoi oggetti personali e i dettagli della sua casa, la nostra casa. Ho cominciato a registrare in maniera ossessiva le immagini delle stanze della casa, così come i suoi effetti personali, le tracce che aveva lasciato. Volevo registrare l’impatto del suo trapasso su di me”.

Nasce così un “monumento” alla mancanza della madre, Carmen, morta nell’aprile del 2010.
Un’architettura visiva che si presenta come una griglia d’immagini, scattate in modo da offrire una visione “in pianta” – ossia dall’alto e in perpendicolare – di soprammobili ed effetti personali, la cui evidenza è posta in risalto e dall’avvicinarsi dell’obiettivo e dalla posizione centrale su un medesimo sfondo neutro. Per questo approccio, a prima vista, potrebbe sembrare l’asettica classificazione di uno studio scientifico o magari – in  maniera più consona al soggetto di questo progetto – una raccolta di prove forensi: le prove di un’esistenza passata e di un’assenza presente.

Remembrance of things past … a shot from Beatriz Ruibal's series Mother.
© Beatriz Ruibal, dalla serie “Madre”

Certamente richiama alla mente varie esperienze ormai etichettate sotto il generico tag di “fotografia concettuale”: le classificazioni di modelli architettonici di Bernd e Hilla Becher, o persino certi esperimenti insieme intimisti e astratti di Sophie Calle. E possiamo ben speculare sul fatto che quella di Ruibal sia proprio fotografia concettuale, nella misura in cui questo progetto potrebbe anche avere come soggetto un discorso sulle più intrinseche caratteristiche del fotografico: il suo registrare puntualmente la realtà, e di converso il suo estrarre/astrarre dalla realtà e dal flusso del tempo, per poi ripresentare sempre immobile e uguale, qualcosa che potrebbe esser cambiato o non esserci più.

La fotografia, come ci ha opportunamente spiegato Barthes, per quanto ci ponga innanzi ciò che in un certo momento è stato davvero davanti alla macchina fotografica, molto più ci mette davanti a noi stessi, ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni: di fronte, dunque, a ciò che quella porzione di spazio e di tempo vuol dire per noi.

D’altronde un certo uso della messa a fuoco, come della generale intonazione coloristica, in questi “tasselli di memoria”, fa sì che questo lavoro risuoni nello spettatore in modo affatto differente da una semplice catalogazione, sottolineando come questi scatti siano in realtà materia e tramite di emozioni sottili e commosse, che penetrano lo sguardo dello spettatore.
Tuttavia, ancor prima che una ben calibrata macchina di evocazione per emozioni – suscitate ad arte – come la mancanza, la nostalgia, la tenerezza per un mondo delicato al di fuori del tempo, queste foto si rivelano proprio per come sono state concepite e  vissute dall’autrice: come il prodotto concreto di un processo intimo di riconoscimento ed elaborazione di sentimenti profondi, portati a galla attraverso gli strumenti che la fotografia offre.
Un processo schiettamente fotografico e insieme prettamente terapeutico attraverso il quale Ruibal ha potuto venire a patti con l’ossessione del lutto, rielaborandola in arte e trasformandola e in nostalgia.

Accanto a questi scatti è in mostra anche un video, che ribadisce la valenza artistico/terapeutica di questo progetto. Si tratta di Los espacios que fuimos (2011), filmato quasi come un ininterrotto piano sequenza nel quale l’autrice ripercorre la casa disabitata della madre; in sottofondo una musica di Chopin, mentre la sua voce fuori campo legge un testo d’impatto poetico ed evocativo pari a quello degli scatti.

Mother 2
© Beatriz Ruibal

 

3 pensieri riguardo “Beatriz Ruibal: “Madre””

  1. Mi piace quando si parte dal vissuto, da ciò che è passato sopra la nostra pelle.
    La fotografia come ancor di più la scrittura hanno la forza di elaborazione, la forza di scrutare i momenti che segnano la vita.
    Quando poi si estendono al visibile e al condiviso, la sensazione di aver “fatto” doventa essenziale.
    Il dopo è la continuità, quel che rimane dell’assenza. È questa l’idea che attrae, oltre l’autrice, anche chi guarda.

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    1. E’proprio come dici.
      Scrutare e rivedere, con gli occhi e le parole di oggi, ciò che è accaduto in passato, offre l’opportunità di dare un senso a certi eventi che sul momento ci lasciano smarriti. L’aver fatto ci salva da una sensazione d’impotenza. Il condividere, infine, ci mette in relazione con gli altri, dai quali possiamo ricevere ascolto e nuovi punti di vista che ci aiuteranno ancora e ancora nella nostra rilettura del passato.
      La continuità di cui parli è intessuta di questo: del poter trovare risposte, e del riconoscere parte di noi e delle nostre emozioni nelle altrui storie. 🙂

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